<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Maurizio Zuccari &#187; guerra</title>
	<atom:link href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tag/guerra/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mauriziozuccari.net/site</link>
	<description>Giornalista, scrittore</description>
	<lastBuildDate>Mon, 19 Oct 2026 17:50:41 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.2.37</generator>
	<item>
		<title>La pace farlocca</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pace-farlocca/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pace-farlocca/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[Evian]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Lucerna]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10762</guid>
		<description><![CDATA[Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pace-farlocca/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/06/Evian.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10763" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/06/Evian-300x200.jpeg" alt="Evian" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole</strong><span id="more-10762"></span></p>
<p>Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale nella cittadina al confine franco-svizzero, da formalizzare oggi a Lucerna, è una pace che prepara la guerra, al di là chi abbia vinto quella appena conclusa. Ché le guerre, diversamente da quanto sosteneva il Che, si perdono sempre. Questa poi ha tanti di quei sedicenti vincitori che si fatica a capire chi l’abbia persa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il bel carrozzone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma prima di toglierci il sassolino dallo scarpino diciamolo: il carrozzone politico mediatico sa il fatto suo, i reggitori del mondo ci sanno fare, han gusto. Bella la cittadina sul lago Lemano dove ai crocicchi spiccano i Flottins, magnifiche sculture fantastiche di legno spiaggiato, e il turista paga una bottiglietta della nota acqua quanto un pranzo in trattoria, salvo scoprire, un po’ discosta, una fontanella liberty dove se n’abbevera gratis. Magnifico il Burgenstock, megalbergone di Lucerna con vista sul lago dei Quattro cantoni dove avrebbero dovuto attovagliarsi i contendenti per la firma degli accordi di pace, ma chissà, il personale di servizio resta in attesa degli illustri ospiti e le camere dove hanno dormito Kissinger e Sean Connery, per dirne due, vuote. Nel Libano gl’israeliani continuano allegramente a bombardare – e a perdere uomini e ufficiali, come il tenente colonnello carrista Ben Simhon, buon ultimo, nella notte – e gli europei in lista d’attesa per sminare le acque di Hormuz. Insomma l’ennesima tregua per modo di dire o pace farlocca, per ora.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> Chi vince, chi perde</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non sono bastate a Usa e Israele due guerre in un anno e un conflitto endemico, attacchi terroristici a josa, a piegare l’Iran. Il regime degli ayatollah non solo ha resistito, ancorché decapitato ai vertici, ma è più saldo che mai. Le piazze in festa per le bombe liberatrici e la grancassa mediatica si sono zittite, i difensori dei diritti umani e delle donne a oltranza tacciono. Tutti pronti a riaccendersi a comando al prossimo bombardiere in volo pro democrazia. L’Iran non solo ha resistito, ma ha sparecchiato benbene le difese congiunte degli aggressori e degli alleati nel golfo. Il traffico di petroliere e gasiere a Hormuz s’è riaperto – non s’è mai capito, o meglio s’è capito benissimo chi ci guadagnasse davvero a tenerlo chiuso – senza pedaggio come volevano gli iraniani a rimborso delle spese di guerra, ma si sono tolte le sanzioni pluridecennali e sbloccati i fondi all’estero e questo è un bel guadagno per loro. La bomba non l’avranno, l’uranio resta arricchito sopra la soglia del normale ma sotto quella necessaria agli usi militari. Del resto non la volevano manco prima, a differenza di quegli altri che ne hanno stoccate un bel po’, col marchio della stella di Davide, a garanzia di sicurezza e dominio, ma guai a dirlo. Teheran ha vinto, dunque? Solo panzane quelle dell’imperatore che proclama vittoria all’urbi e all’orbi e nessun limite al suo potere?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Iran, pietra d’inciampo sulla via di Pechino</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’Iran ha resistito all’aggressione della più grande coalizione che oggi minaccia la pace e l’umanità, dunque ha vinto. Lo ha fatto grazie alla determinazione non tanto del suo regime – parola in voga nell’Occidente – e nonostante le sue tante contraddizioni, ma per la forza di volontà che promana dalla sua storia, per la radice stessa della teocrazia invisa alla modernità occidentale. In una parola, per la forza morale e la tenuta psicologica, la tenacia fideistica persiana che seppe tener testa e battere persino Roma. Un aspetto che chi vede negli ayatollah meri conculcatori di libertà e vegliardi paludati di nero, rimasugli di un passato d’intolleranza e di terrorismo al presente, non può cogliere, accecato dall’ideologismo e dal fregnonismo dominante. Ciò nulla ha a che vedere coi meriti e la bontà di siffatto regime, che è tutt’altra cosa. Insomma, è come se l’Italia del ‘43 avesse resistito alle bombe angloamericane e ributtato a mare i liberatori – sic – e si fosse tenuta gloria, danni e regime. Concretamente, dunque, l’Iran ha dimostrato d’essere una pietra d’inciampo tosta almeno quanto la Russia, nelle magnifiche e progressive sorti del capitalismo trionfante eppur marcescente di qua e di là l’Oceano, sulla via di Pechino. Del resto c’è la manona cinese, via Pakistan, sotto la firma dell’ennesimo memorandum d’intesa, come ha ricordato implicitamente lo stesso imperator mundi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Khamenei come Pirro</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma, altrettanto concretamente, nulla cambia per Teheran: americani e israeliani lo tengono sotto punterìa, pronti a sventolare il baubau del nero ayatollah e bastonarlo alla bisogna. I suoi alleati più che mai. La bandiera con la stella di Davide sventola dalle macerie di Gaza ai nuovi insediamenti in Cisgiordania, dove quel che resta della Palestina è carne di porco. Dai sobborghi di Damasco, dove vige un regime terrorista – qui sì le parole non sono a caso – amico, alla valle della Bekaa, niente e nessuno sfugge ai voleri di Bibi e ai colpi di Sion. Dal Mar Rosso al caspio, dal Mediterraneo al Golfo già Persico, la grande Israele è una realtà, e nessuna pace farlocco cambierà le cose fino al prossimo botto che dal Medio Oriente incendierà il mondo. Se vittoria c’è stata, dunque, è una vittoria di Pirro. Khamenei avrà le sue statue in piazza, come il re dell’Epiro al centro di Arta, ma nulla cambia. A meno che.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> I due compari alla prova elettorale, sputi alla serva melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A meno che le elezioni che s’appressano in Israele e Stati Uniti non cambino le cose. Può darsi che in autunno oltre alle foglie cadano i due compari, o quantomeno ne escano fortemente ridimensionati nella loro protervia globale. Ma questa, ammesso che sia una realtà alle porte e non una pia illusione, sarà un cambio di forma, non di sostanza nella storia dei prossimi vent’anni. Il destino, come pure il declino, dell’Amerika imperiale è dato, quale sia il suo reggitore: Osama il bombardiere, Rimbambiden, Donaldone o chi sarà. L’ossessione di Sion per la propria esistenza, per la salvezza del popolo eletto da Dio, non cambierà a costo di piastrellare il mondo, indipendentemente da chi ne regga le sorti da Washington o Tel Aviv. Liberarsi dai liberatori e dai loro tristi burattinai e servitori resta l’imperativo categorico kantiano dell’umanità, ma non v’è traccia in questa corte di servi di chi possa raccogliere la bandiera della libertà, di Spartachi o Masanielli. E allora giojamo alle mattane di Trump, pietiamo il selfie con Donaldone, facciamoci dileggiare e sputare in faccia dall’imperatore, salvo implorare perdono. Baciamo la mano che ci offende eppoi cambiamo canale sgranocchiando un popcorn. Non senz’aver plaudito all’orgoglio ferito della serva melona e all’armata brancameloni che gagliardamente regge.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pace-farlocca/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il bisunto del Signore</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-bisunto-del-signore/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-bisunto-del-signore/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[israelismo]]></category>
		<category><![CDATA[messia]]></category>
		<category><![CDATA[miracoli]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10738</guid>
		<description><![CDATA[Metodo o follia? I miracoli di Trump, alias Donaldone I, novello messia dell’israelismo, aspettando Giuda La prima volta non è andata benissimo. Vuoi perché non tutti l’avevano capito, a parte quella faccenda dei miracoli, vuoi perché tutto diceva fuorché di voler fondare una nuova fede, in parecchi prima si sono sgolati ad acclamarlo, poi gli hanno voltato le spalle al momento del bisogno. Pure il... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-bisunto-del-signore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/papa-Leone-XIV-1280x853.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10739" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/papa-Leone-XIV-1280x853-300x200.jpg" alt="papa-Leone-XIV-1280x853" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/MelonTrok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10740" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/MelonTrok-240x300.jpeg" alt="MelonTrok" width="240" height="300" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/Mappaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10741" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/Mappaok-300x200.jpeg" alt="Mappaok" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Metodo o follia? I miracoli di Trump, alias Donaldone I, novello messia dell’israelismo, aspettando Giuda</strong><span id="more-10738"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">La prima volta non è andata benissimo. Vuoi perché non tutti l’avevano capito, a parte quella faccenda dei miracoli, vuoi perché tutto diceva fuorché di voler fondare una nuova fede, in parecchi prima si sono sgolati ad acclamarlo, poi gli hanno voltato le spalle al momento del bisogno. Pure il procuratore della Giudea, Ponzio Pilato, alla fine rinunciò a capirci qualcosa e se ne lavò – letteralmente – le mani. Salvo poi, ancora in vecchiaja, dire che non poteva fare altrimenti, in una terra dove pullulavano più profeti che asini. Da allora, da un pajo di mill’anni in qua, chi lo mise in croce come falso profeta e non ne pianse la morte come figlio di Dio, aspettava la venuta del Cristo. L’unto, il prescelto del Signore. Quello vero. Per i cultori dell’israelismo, il culto sostitutivo dell’integralismo cristiano in voga alla Casa Bianca, quel momento è arrivato, la seconda volta è sotto gli occhi di tutti e neanche stavolta i miracoli fanno difetto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il primo miracolo: la voce ai muti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era dai tempi di Costantino, chiamato il grande da quella chiesa che contribuì ad affermare nel mondo, che un imperatore non s’immischiava in affari di fede. Ci aveva provato, è vero, in tempi più recenti Enrico IV, ma s’era dovuto ridurre al freddo e al gelo pietendo in quel di Canossa udienza al papa, previa raccomandazione della contessa Matelda. Costantino, gran carognone di tutt’altra pasta, a Nicea era dovuto intervenire al Concilio, in qualità di tredicesimo apostolo, per dirimere eresie e controversie cristologiche della nascente fede che frantumavano l’unità imperiale anziché cementarla. Trump, da par suo, non è intervenuto in tema di fede troncando di netto dispute e cavilli, ma ha detto al portavoce di Cristo che su certe faccende di pace &amp; bene è meglio non metta bocca. Per rincarar la dose il fido Vance ha ammonito che il vicario di Cristo deve fare molta attenzione prima d’affrontare questione teologiche. Oibò, mica basta essere papa per parlare di Dio, si lasci la cosa ai competenti: Donaldone I e la sua corte. E qui il novello Cristo, l’unto effigiato in tal veste dalla deficienza artificiale, il bisunto – nel senso di due volte unto – del Signore nell’immagine subito divenuta icona mondiale, ha operato il primo miracolo. Ha dato la parola al papa, suo conterraneo: quel Leone XIV che, a onor del vero, non è che abbia brillato finora in parole &amp; azioni, ricordandogli d’essere debitore nientemeno che del soglio papale. E il santo padre, coerentemente, ha ribadito che il suo principale non è di casa alla Casa Bianca.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il secondo miracolo: la verginità a chi non ce l’ha</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non meno eclatante il secondo miracolo: l’aver scacciato la serva Melona tra i fidi del seguito, provocandone un’alzata di scudi a difesa, la genuflessione dei critici ai suoi piedi. Era dai tempi del povero Bettino – un galantuomo, a paragone di tristi figuri dell’oggi – che un premier italiano non suscitava le ire dei padroni d’Oltreoceano. Cacciata dall’Eden di Washington per non essersi piegata a dovere ai desiderata dello studio ovale, la nostra non sapeva più a che santo votarsi. Per darsi un tono s’è aggregata alla compagnia di giro dei volenterosi – aridaje – che vogliono a tutti i costi accollarsi agli Usa per sminare lo stretto di Hormuz, nonostante Trump abbia detto chiaro e tondo di stare alla larga, e con essi la Nato, del tutto inutile al punto che medita seriamente d’uscirne, Dio lo voglia. Il quartetto del francese, dell’inglese, del tedesco e dell’italiana sarebbe una barzelletta migliore della gag del vengo anch’io, no tu no; più esilarante della pièce cabarettistica di Jannacci se non fosse emblematica della totale insipienza dei leader europei.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Strali e abbracci alla serva Melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">En passant, oltre a ricevere abbracci virtuali e solidarietà globale per essere colpita dagli strali dell’ex padrone, la serva Melona s’è buscata feroci critiche da parte di certo Solovyev, spacciato dal circo mediatico italiota per passaparola di Putin, all’indomani delle forniture di droni militari all’Ucraina. Anziché denunciare un accordo che mette l’Italia tra gli obiettivi leciti della reazione russa e snasare lo zampetto dei servizi, nostrani e di Kiev, nelle sparate a zero del polemista, anche qui baci &amp; abbracci alla reproba. Ma neanche la restituita verginità politica alla Melona ha mostrato il tocco taumaturgico di Donaldone. I veri miracoli, a benpensarci, sono altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il terzo miracolo: la pace in guerra</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">S’era abituato, il mondo, a guerre non dichiarate e panzane reiterate, mai a paci non dichiarate e balle reificate. Il novello Messia non ha solo riportato la guerra al centro dell’agone internazionale, facendosi beffe del diritto internazionale, ma ha rovesciato il noto assioma di Von Clausewitz. Non è più la guerra la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma è la sedicente pace la prosecuzione della guerra con altri mezzi. La tiritera dei colloqui in Pakistan ne è la cartina di tornasole. Stoppata la guerra del Golfo con una finta vittoria e un giro di chiacchiere a vuoto, gli Usa sono passati a bloccare, loro, le acque del Golfo. Blocco ventilato dal circo mediatico come migliore arma a disposizione dell’Iran, finora. Si reitera, anche qui, la boutade jannacciana, con ultimatum scaduti e rinnovati come saldi al supermarket; con le navi Usa che sminano lo stretto e prendono a cannonate o abbordano qualunque naviglio s’aggiri nei paraggi, ben fuori dalle acque del golfo Persico.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il quarto miracolo: il giojello della corona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gli israeliani, da par loro, continuano a fare terra bruciata in Libano, fino al Leonte, ribattezzato dai media Litani, dove non a caso passava la frontiera tra egizi e ittiti. La prosecuzione della guerra con altri mezzi: una pace mediatica, appunto. I Pasdaran possono cantar vittoria – meno Hezbollah – ma neppure loro hanno troppa voglia di menare le mani, in un paese semidistrutto. Se le navi iraniane vorranno continuare a girare indenni dovranno pagare dazio agli Usa, l’Iran riconvertire parte del suo export petrolifero in dollari, e pace fatta. Come già Venezuela e Messico ai danni di Cuba, in procinto di tornare tra le amorevoli braccia del fratello maggiore d’America. E questo sarebbe davvero il giojello della corona imperiale per Donaldone I, che già pregusta il successo e l’ennesimo miracolo. Per non dire dei miracolati veri, quei pochi milioni di seguaci dell’israelismo sparsi per il mondo – vedi mappa – che vedono inverarsi la Grande Israele sotto la guida suprema di Bibi, grande eminenza nera dell’imperatore, e nell’ultimo quindicennio hanno messo a ferro e fuoco il Medio Oriente, distrutto di riffe e di raffe sei paesi, manu militari o tramite rivoluzioncine primaverili, provocato un genocidio e sono spacciati per martiri da venerare, nella religione detta olocaustica da Costanzo Preve.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il gran miracolo: il mondo resta a guardare</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Buon ultimo, il gran miracolo di Donaldone è il mondo che resta a guardare e sommessamente a frignare. La Russia è impantanata in una guerra senza capo né fine, l’Europa in una follia bellicista e una recessione economica scatenata da un imperatore che i suoi sciocchi vassalli continuano a osannare anziché rovesciare. La Cina, coerentemente ai suoi trascorsi filosofici, resta impassibile. Spera forse che l’Occidente si sbrani lasciandola in pace, confida nell’immane debito Usa nelle sue mani, aspetta il momento giusto per partecipare alla festa del raccolto, ma anch’essa pare toccata dal miracolo, avvolta dalla luce di Trump. Se l’impero è marcio e l’imperatore folle, c’è del metodo in questa follia. Eppoi i pazzi, si sa, sono la voce di Dio. Allora, libera nos a malo, Domine, per dirla come il Paternoster e Menghinello. Ma all’orizzonte non si vede neppure un Giuda capace d’inverare la passione, né chi irrompa nell’orto e ci liberi dal male, metta fine ai miracoli. Il miracolo vero.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-bisunto-del-signore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Senza tregua</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/senza-tregua/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/senza-tregua/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 10:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Islamabad]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[tregua]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10733</guid>
		<description><![CDATA[Chi vince e chi perde nel conflitto in Medio Oriente e cosa aspettarsi dai negoziati aperti in Pakistan Se non fosse l’ignobile filmaccio che è stato, Senza tregua potrebbe essere preso a paradigma dello stop alla guerra che infiamma il Medio Oriente e con esso il mondo. Se non fosse la tragedia che è, la tregua sancita tra Usa e Iran con la mediazione del... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/senza-tregua/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/manifestazione.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10734" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/manifestazione-300x169.jpeg" alt="manifestazione" width="300" height="169" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi vince e chi perde nel conflitto in Medio Oriente e cosa aspettarsi dai negoziati aperti in Pakistan</strong><span id="more-10733"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Se non fosse l’ignobile filmaccio che è stato, Senza tregua potrebbe essere preso a paradigma dello stop alla guerra che infiamma il Medio Oriente e con esso il mondo. Se non fosse la tragedia che è, la tregua sancita tra Usa e Iran con la mediazione del Pakistan, subito spezzata da Israele, potrebbe derubricarsi a ennesimo bluff di un conflitto senza capo e molte code. Invece non c’è pace tra i cedri, e neppure nel Golfo Persico, a dispetto di tregue reali o presunte tali, parafrasando un altro film, tra i maggiori del neorealismo, di Giuseppe De Santis. Alla vigilia della cancellazione della civiltà persiana, del ritorno dell’Iran all’età della pietra promesso da Trump, con il ricorso all’atomica come estrema ratio, sua maestà Donaldone I accetta il pacchetto (paccotto?) offertogli dagli iraniani per far cessare i bombardamenti. Tutti gli obiettivi militari sono stati raggiunti e superati, assicura adesso Big Don, e si può tranquillamente trattare coi “fottuti bastardi” che fino a poche ore prima si volevano cancellare dalla faccia della terra e dai libri di storia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi dà le carte nel gioco a perdere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Bibi non ci sta e scatena sul Libano i bombardamenti forse più massicci della sua storia, tanto per far vedere chi dà le carte nel gioco a perdere scatenato dai due compari. E mentre il fu paese dei cedri piange altre migliaia tra morti e feriti, triste pedaggio all’ennesima spinta espansionista sionista spacciata per sicurezza nazionale contro quel che resta degli hezbollah filoiraniani, a Islamabad s’aprono i negoziati sui dieci punti proposti (imposti?) dagli iraniani per il cessate il fuoco. Una base trattabile, assicura il presidente Usa. L’ennesimo spariglio del mazzo da parte di un imperatore ormai fuor di senno, come il macellajo di tel Aviv a cui tiene bordone? Non a caso a Washington c’è – persino tra i fedelissimi – chi rispolvera la “teoria del pazzo” di Nixon per dire che è ora di farla finita con simili boutade. Ma dopo 38 giorni di una guerra dove nulla tornerà come prima, cosa resta sul campo? Chi sono i vinti, chi i vincitori, per ora? E soprattutto, che accadrà in Pakistan e nel mondo?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I dieci punti della discordia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Già le medaglie in petto sulla grisaglia verdenazi e la faccia d’Asim Munir, bel ceffo di feldmaresciallo a capo delle forze armate e già prima dei servizi segreti pakistani, la dice lunga sui mediatori e sulle finalità della tregua dietro cui si muovono ombre cinesi. Due settimane di sospensione dei bombardamenti in cambio di dieci punti. In sintesi: stop all’aggressione, revoca delle sanzioni economiche e abrogazione di quelle sancite dal Consiglio di sicurezza Onu, accettazione del programma di arricchimento dell’uranio a fini civili, controllo iraniano sullo stretto di Hormuz, pagamento dei danni di guerra, ritiro delle forze Usa dalle basi del golfo, cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusi quello yemenita e libanese su cui Netanyahu fa orecchie da mercante. Se su quest’ultimo punto, già violato, s’annuncia il braccio di ferro tra i due compari, oltre che tra i contendenti, il resto non è così facile da digerire e soprattutto da spacciare per successo per gli Usa, ammesso che il negoziato vada in porto. Più che di vittoria, come strombazza Trump, parrebbe un pari e patta che ha il sapore della sconfitta per Donaldone e i suoi scherani.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dove casca l’asino occidentale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gli Usa, e obtorto collo Israele, sono stati costretti al tavolo della tregua – non certo della pace – forse perché hanno colpito i 13mila obiettivi stabiliti dalla deficienza artificiale o piuttosto perché bombe e missili sono prossimi a esaurirsi mentre gli arsenali iraniani sono ancora mezzi pieni e di questo passo c’è il rischio di non avere più nulla da opporre ai loro razzi e droni? Per Big Don sono stati un tale successo, questi 38 giorni di guerra, da vedere le basi Usa del Golfo operativamente distrutte, le infrastrutture energetiche degli alleati del golfo a pezzi e il traffico marittimo al collasso, con pesantissime ripercussioni a livello globale. E qui casca l’asino e il fardello dell’Occidente alla canna del gas: lo stretto si riaprirà, ai pasdaran piacendo, previo pedaggio da spartirsi con l’Oman, a rimborso dei danni di guerra. Non certo un vantaggio per le petroliere e le gasiere che attraverseranno lo stretto e per le tasche di tutti. Ma se nei paeselli in India e in Cina hanno sostituito i combustibili fossili con l’atavica merda di vacca, le cose vanno e andranno sempre più maluccio per noialtri occidentali, indipendentemente dall’esito dei negoziati.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Povera Italia, serva sciocca alla catena</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Soprattutto per le tasche dei poveri italiani, anello debole e servi sciocchi alla catena, preoccupati più di un eventuale ripescaggio ai mondiali ai danni dell’Iran che di toglierci dai guasti d’una servitù senza fine. Tantomeno dei missili piovuti sulla base di Erbil o sui mezzi Unifil nell’inferno libanese. Quanto al paese degli ayatollah, semidistrutto dai bombardamenti, chiunque non sia asservito o in malafede vede come abbia tenuto botta sotto le bombe. Si può decapitare la testa, ma il regime affonda le sue radici in profondità sociali e culturali che gazzettieri e guerrafondai da salotto neppure sognano. E qui arriva a soccorrerci la storia, la sua totale inutilità. Se la conoscessero generaloni e teste calde, per non dir altro, e chi espone in bellavista bandiere dello scià, avrebbero saputo che la resilienza militare e la difesa modulare dei persiani non ha pari, dai tempi delle aquile imperiali romane che tentarono di soggiogarli. Crasso pensava che la conquista della Persia fosse uno scherzo per le sue legioni, finché a Carre prese la sveglia e perse la testa. Ma una testa l’aveva, il console che s’era fatto straricco facendo abbruciare le insule dei poveracci. Che l’abbiano certi novelli imperatori che incendiano il mondo è lecito dubitarne, fuor di pazzia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi governa davvero l’America e il mondo?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Dopo la presidenza d’un povero demente, Rimbambiden, al paese che s’ostina a non recedere dalla sua volontà egemonica tocca d’essere guidato da uno scellerato ancora più furioso, e questo dovrebbe dirla lunga su chi governa davvero l’America, e il mondo che più non è né sarà, dopo questa guerra. E mostrare infine il vero volto di chi l’ha scatenata manu militari, Netanyahu, per brama di potere e salvaguardia delle proprie terga. Spiace dirlo ma le sue responsabilità non sono scindibili da quelle del paese che ha portato all’apice della potenza globale. Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, e soprattutto con il suo strapotere finanziario, mediatico e tecnologico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero. Parole forti che rievocano altri drammi e tragedie epocali? Certo. Ma davanti al lenzuolo funebre srotolato al Verano di Roma, coi nomi dei 18mila bambini palestinesi massacrati dai sionisti dal 2023 a oggi si deve, una volta per tutte, smetterla di pagare dazio alla vulgata dei massacratori e alla fola dei liberatori. Sarà piuttosto il caso di liberare la terra che ha dato i natali a Cristo da chi la tiene in ostaggio e noi con essa, o soccombere ai macellaj di turno. In nome della libertà, s’intende. </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/senza-tregua/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una lunga settimana di passioni</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/una-lunga-settimana-di-passioni/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/una-lunga-settimana-di-passioni/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 18:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Khamenei]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10708</guid>
		<description><![CDATA[Il punto sulla guerra in Iran e quella che verrà se l’Europa e il mondo non si libereranno dei liberatori Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/una-lunga-settimana-di-passioni/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Il punto sulla guerra in Iran e quella che verrà se l’Europa e il mondo non si libereranno dei liberatori</strong><span id="more-10708"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale. Tralasciando quest’ultimo aspetto in chiusa, facciamo il punto su cosa è successo sotto e fuori dai riflettori, sul campo e altrove.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Occhio alla cabala</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Come già nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno – stando alla cabala, dopo quella dei sei giorni nel ‘67 questa potrebbe durarne 24 – si è sparacchiato nei due sensi buona parte dell’arsenale disponibile. Al punto che i missili scarseggiano pure nel fornitissimo arsenale di Bibi &amp; Big Don e quest’ultimo, bontà sua, ha dovuto mandare i “vecchi” bombardieri B52, con le loro bombe di penetrazione, per stanare i lanciamissili iraniani dai loro bunker sotterra. Al di là della carenza d’armi nei due schieramenti che tanto appassiona gli esperti da salotto, gli Usa continuano a martellare il possibile e gli orfani dell’ayatollah replicano fin dove possono, negli stati contigui e nel mezzo dello stretto dove passa un bel po’ del greggio mondiale. Con effetti devastanti per la traballante economia europea già provata dalla guerra in Ucraina e le tasche di tutti. Gli eredi di Khamenei dopo l’iniziale ammuina che ha sforacchiato le difese delle basi Usa nel Golfo, hanno dichiarato che non ostacoleranno alcun transito e non attaccheranno più i cattivi vicini, togliendosi dall’arco le frecce rimaste e mostrando quanto siano disponibili a porgere l’altra guancia e il resto pur di leccarsi in pace le ferite. Mojtaba, il figlio del defunto ayatollah che ne ha ereditato il posto, ha le stesse possibilità di sopravvivenza di un sorcio in un cat cafè. Alla Casa Bianca si canta già vittoria e si preannuncia che, caschi il regime o meno, nessuno che non sia gradito durerà più d’un gatto in tangenziale, tanto per restare in tema. Magari un erede di quello scià che fu il miglior alleato d’Israele e Usa nel Golfo, e anche perciò cadde. Il modello Venezuela fa scuola, insomma.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le novità, tra cronaca e storia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Più che sul campo di battaglia, però, le novità vengono da fuori. È già storia<a href="https://www.facebook.com/watch/?v=1624640632209725" target="_blank"> il video</a> di Donaldone I assiso in trono, attorniato dai suoi dignitari che, mani sulle spalle, pregano perché Iddio conceda all’imperatore salute e vittoria. Resta confinata alla cronaca, invece, e all’umana miseria per la quale la malattia mentale si traveste da volontà di Dio, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9fH9aJqamq0" target="_blank">la hit Batti &amp; colpisci</a> della ministra della fede Paula White. Una bella tipa che sembra generata dalla medesima deficienza artificiale che seleziona i bersagli da colpire in Persia, e forse lo è. Neanche il ministro della Guerra Pete Hegseth se la passa male a castronerie – ma almeno lui, si sa, ogni tanto dà fondo alla bottiglia e questo con quel che Dio vuole c’entra poco. Certo è che se i fanatici sono quegli altri col turbante nero, chi li combatte se la passa mica male.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tafazzi d’Europa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Di tutt’altra pasta i leader europei, ancorché flaccidi e imbelli, come l’ha etichettati Netanyahu. Prendi il segretario della Nato, il norvegese Mark Rutte, re dei Tafazzi d’Europa. Neanche il tempo di riaversi dai ceffoni ricevuti dall’imperatore sulla Groenlandia, affaire tuttora in corso, che ha tenuto a precisare che la guerra, pur non essendo affare dell’Alleanza, la vuole senz’altro schierata dalla parte di chi vede negli europei un branco d’utili idioti, e il mondo un posto migliore senza Khamenei. Vedi il premier inglese, Starmer, capofila della categoria sunnominata, che per non restare indietro, con sprezzo del buon senso e della semantica fornisce ai bombardieri Usa le basi per la loro guerra “difensiva”. Vedi Macron, bel tipo di liberale europeo. Manco sta nella Nato, la Francia, dai tempi di De Gaulle, che dona le chiavi della base navale di Marsiglia ai due compari e mandato il gioiello della flotta, la portaerei omonima, a Cipro tanto per essere della partita. Nell’isola, estremo lembo d’Europa, fanno rotta tutte le marine dell’Europa libera – gli inglesi ci stanno già di casa – Spagna e Italia comprese.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Pedro Schienadritta e la Melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Se il premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez ha mostrato, almeno a parole, d’avere la schiena dritta davanti alle minacce dell’imperatore, la Melona, bell’esemplare di destra nostrana, con fermezza tutta italica ha chiarito che il nostro paese non è in guerra e le nostre basi non sono disponibili. A meno che non ce le chiedano. Niente, va detto, a confronto delle perle di saggezza distribuite ai media e al volgo dai nostri ministri degli Esteri e della Difesa. Tajani ha consigliato agli italiani d’Oriente di non sostare sui balconi quando passano i droni; l’altro colto alla sprovvista a Dubai non si sa ancora a fare cosa e informato dei fatti dalla tivù, a riprova di come nessuno conti più di noi nello scacchiere internazionale, nonostante le zerbinature dei nostri ai diktat d’oltre oceano, ha ribadito che quella Usa non è una guerra secondo le regole del diritto internazionale. Ma noi tireremo dritto e chissenefrega, secondo la migliore tradizione italiota e alla faccia delle anime belle. In chiusa, torniamo all’abbrivio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I punti fermi della guerra in corso</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dalle passioni della settimana emergono chiaramente alcuni punti. Primo: la guerra durerà, a Dio e al duo piacendo, fino all’annichilimento delle residuali capacità belliche iraniane. Secondo: questa risolverà in maniera radicale i diritti conculcati delle donne iraniane, come dimostra la scuola femminile rasa al suolo e oltre il centinaio di bambine uccise, figlie di pasdaràn, e libererà gli iraniani, almeno i sopravvissuti. Terzo: quanto al cambio di regime, senza ombra di dubbio ogni iraniano di buon senno, come le dozzine di ragazzotti che hanno ballato sul molo di Trieste mentre i loro connazionali venivano trucidati sulle note della macarena – non vede l’ora di sostituire ai ceffi col turbante nero l’effige del macellajo di Sion. La stella di Davide apportatrice di libertà come l’altre assieme alle strisce, invece della sanguinaria spada dell’Islam. Quarto: Israele è a un passo dal divenire quel che nemmeno nei sogni più grandiosi di Herzl poteva aversi: il dominio pressoché assoluto sull’intero Medio Oriente, se non sul mondo, grazie al suo compiacente padron servente. E Netanyahu, checché ne dicano gli acchiappanuvoli, passerà alla storia come lo statista che ha realizzato il sogno della grande Israele. Costi quel che costi e crepi Sansone con ogni filisteo. Corollario a questo punto è lo spettro, sempre più materico, d’una terza guerra mondiale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Lo spettro materico della guerra che verrà</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il dado è quasi tratto. Nessuna guerra, checché ne dicano i manuali, è iniziata in un giorno. La prima non è cominciata a Sarajevo, non la seconda sul confine polacco. Ogni guerra, mondiale o in quanto tale, è preceduta da conflitti più o meno celati, più o meno laceranti, per esplodere con un casus belli buono per i libri di storia. E noi italiani abbiamo sempre avuto un ruolo decisivo nell’innescare la miccia. Fortuna vuole che stavolta al governo vi siano tali pagliacci da disinnescare il pericolo, ma anche dal ridere si può morire. Si ha un bel ridere di Donaldone, dei suoi crimini e delle sue mattane, della pochezza del ceto dirigente d’America come d’altrove, fatto è che nessuno sfugge al proprio destino. Persona, paese o impero che sia. Il destino dell’impero amerikano è in quel batti &amp; colpisci ripetuto come un mantra dalla trista ministra della Fede Usa. Trump come Rimbam Biden, prima di lui Osama, i due Bush eccetera, lo sanno. Non c’è pace se vuoi colpire i tuoi nemici, battere la Cina, non essere costretti a dividere la torta del potere mondiale coi musi gialli e chissà chi altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La logica del potere imperiale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non era diverso ai tempi dell’impero romano: Traiano arrivò a Babilonia e sul Bosforo, Adriano dovette fare marcia indietro ma la sostanza dell’impero non cambiò. Finito d’espandersi cominciò a perdere pezzi e divorare sé stesso, fino a quel capolavoro d’insipienza politica di Diocleziano che si rivelò un rimedio peggiore del male che pretendeva curare. Mutatis mutandis, nulla muta nella logica del potere imperiale, del potere in quanto tale. Il destino dell’Amerika imperiale è segnato dalla storia, come quella di qualunque impero, ma non per questo eviterà a sé stessa e al mondo lacrime e sangue, con la pretesa di dargli benessere e libertà, sotto l’occhio vigile dei media compiacenti e dei servitori di turno. Neppure Cuba, antico sogno di rivincita yankee, potrà salvarsi da tanta grazia. Donaldone ha già promesso di riportarla nell’alveo della libertà. Dai ghiacci della Groenlandia al sole dei Caraibi, tutto un tripudio di stelle &amp; strisce, dal Nilo all’Eufrate una sola stella di Davide, nel deserto d’intorno. Un deserto chiamato pace, per dirla come Tacito. È tempo di liberarsi da tali liberatori, ma non saranno gli asserviti d’Europa a farlo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/una-lunga-settimana-di-passioni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I due compari all’ultimo botto</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/i-due-compari-allultimo-botto/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/i-due-compari-allultimo-botto/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 21:35:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Khamenei]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10702</guid>
		<description><![CDATA[Israele e Usa avviano la soluzione finale per l’Iran. Le novità di una vecchia partita ammantata di libertà Vedi come va il mondo. Manco il tempo di celebrare il quarto anniversario d’una guerra che nessuno sa vincere o vuole perdere, che s’apre un nuovo conflitto nella guerra infinita destinata a ridisegnare il mondo a venire. Neanche il tempo di vedere come va a finire Sanremo, che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/i-due-compari-allultimo-botto/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Israele e Usa avviano la soluzione finale per l’Iran. Le novità di una vecchia partita ammantata di libertà</strong><span id="more-10702"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Vedi come va il mondo. Manco il tempo di celebrare il quarto anniversario d’una guerra che nessuno sa vincere o vuole perdere, che s’apre un nuovo conflitto nella guerra infinita destinata a ridisegnare il mondo a venire. Neanche il tempo di vedere come va a finire Sanremo, che il carrozzone mediatico è costretto a spostare i riflettori, il pubblico a sorbire ben altro spettacolo. Come promesso da tempo, è ripartita la caccia all’ayatollah in nome della pace globale e dei sacrosanti diritti d’un popolo oppresso. Per dare la spallata finale al regime iraniano l’asse dei buoni s’è unito nella santa crociata volta a farla finita una volta per tutte col male in terra. Il ruggito del leone, l’anno chiamato gli strateghi del warfare con quel gusto tutto particolare dei titolisti di guerra. Resta il dubbio se il riferimento sia al ciuffo impertinente del presidente Usa o al ruggito del macellajo di Tel Aviv, ma tant’è. E mentre i dotti discettano su come andrà a finire, se Barbabianca casca o s’arregge, il pubblico alla balconata fischia e plaude, col coro dei servi più o meno utili &amp; sciocchi a unirsi alla crociata. Solo la guerra può estirpare il cancro iraniano, strilla Sallusti con l’usuale senso della misura, dando il là alle schiere dei guerrieri da salotto pronti alla gran pugna. Niente di nuovo sotto al sole. Solo, a missili in volo e botti in corso, qualche noterella.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le novità di una vecchia partita</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’ennesimo round della partita contro Teheran si muove sulla falsariga dei precedenti, con qualche nuova. Neanche il tempo di dichiarare fallite le trattative in corso sulla denuclearizzazione dell’Iran con gli inviati Usa che Tel Aviv s’è portata avanti, attaccando di sabato – una novità, anche per i pii israelioti – un centinaio di siti iraniani. A dar loro copertura e manforte una grossa forza militare Usa degli ultimi tempi, due portaerei e vari incrociatori le unità maggiori, stazionate nel Golfo e nel Mediterraneo allo scopo, da settimane. L’idea, neanche celata, è quella di dare una spallata al regime finché questo non cadrà. Non si tratta dunque – altra novità – d’una guerricciola di breve corso, d’una botta e via come le precedenti e l’ultima di giugno. Stavolta le operazioni militari andranno avanti fino alla soluzione finale, a sentire il duo dei liberatori. Per non farsi mancare niente Bibi arraffa nel frattempo quel che ancora manca alla grande Israele nella West Bank e altrove. Teheran, da parte sua, risponde come sa e come può: sparacchiando un po’ a casaccio sulle basi Usa nell’area e su Sion. Khamenei è dato per morto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le carte buone del mazzo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Le novità suaccennate s’inseriscono nel chiaro tracciato del potere globale, perfezionato dall’amministrazione Trump rispetto alle precedenti. Spazzato via il perfido Assad dalla Siria e ingabbiato il vieppiù perfido Maduro, col sovrappiù d’aver acquisito le risorse energetiche nei due paesi, l’impero può pensare alla spallata finale contro il regime che rappresenta il boccone petrolifero più ghiotto e l’ultimo ostacolo al mantenimento dell’assetto geopolitico attuale: il contenimento della Cina a rango di potenza regionale. La partita grossa coi musi gialli, come ben sanno gli strateghi a stelle e strisce, si giocherà entro la metà del secolo e per ora le carte buone del mazzo sembrano le loro. Se Teheran cadrà ai cinesi resteranno le scartine, Big Don e Bibi saliranno assieme sul carro dei vincitori da veri imperatori, senza manco un servo a sussurrargli all’orecchio che dopotutto sono mortali, come nell’antica Roma. Ancora una spintarella e pure Cuba, l’ultima perla, potrà essere infilata nella collana dei liberatori. E i ghiacci della Groenlandia si scioglieranno al loro sole. All’Europa vassalla il compito di contenere l’orso russo in Ucraina.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un gioco a perdere</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se la via per Pechino passa da Teheran, il cambio di regime s’impone e non c’è scampo, né rischio che non valga la pena correre. Chi si ferma perde tutto. Però la partita, truccata sotto la luce della libertà, ha un rischio come ogni azzardo. Per ora il dominio Usa è tutto sommato fermo ai tempi della talassocrazia ateniese. Viene dal mare, si concentra sulle portaerei. Missili e bombardieri possono molto, non tutto. Senza un intervento di terra, senza che la gente si ribelli davvero, la tiritera andrà avanti all’infinito, come nell’olocausto palestinese. E forse è proprio questo che vogliono Bibi &amp; sodali. Lo spauracchio del nemico permanente, da battere a piacimento, il terrore costante per non perdere il potere e l’immunità, a salvaguardia dei guai giudiziari. Quel che è certo è che senza una guerra civile il regime non cadrà, checché ne dicano i partigiani della libertà, data la base sociale su cui si regge, nonostante le spaccature interne e le fanfare mediatiche, nonostante la fine della guida suprema. L’aggressione aperta, in barba a ogni diritto internazionale come da prassi, lo rafforzerà o l’affosserà? Questa è la scommessa dei due compari, mentre il mondo sta a guardare, schierandosi da una parte o l’altra. Dimentico che in un gioco a perdere poco importa da che parte stare.</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/i-due-compari-allultimo-botto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Giù il sipario sulla pace</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Bibi]]></category>
		<category><![CDATA[Donaldone]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[Nome]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Sharm el Sheikh]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10670</guid>
		<description><![CDATA[Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara</strong><span id="more-10670"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti ma suadenti, compìti nella parte loro assegnata dal copione le comparse, allumate dai riflettori della storia. Dal re del Bahrein al principe ereditario del Qatar, dal redivivo Abu Mazen all’immarcescibile Erdogan, dal presidente cipriota a quello iracheno, dall’indonesiano all’azero. In mezzo a tutti e alla sua corte europea, ai Macron e Merz, Starmer e Meloni, lui: sua altezza imperiale Donaldone primo, gran visir d’Oriente e d’Occidente, maestro della commedia dell’arte atlantica e padrone indiscusso della pièce andata in scena a Sharm el Sheikh. E mai luogo avrebbe potuto essere più consono di quest’approdo del consumo a portata di charter, di bengodi di massa in riva al Mar Rosso, per la firma finale degli accordi di pace tra Hamas e Israele. E peccato che mancassero proprio loro, gli “sparring partner” della contesa, a dare sugo alla pièce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donaldone, deus ex machina</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Netanyahu ha dato forfait all’ultimo dopo aver tenuto la platea col fiato sospeso, fedele al vecchio adagio morettiano del: mi si vede di più se vengo all’ultimo e sto in disparte oppure non vengo per niente? Quegli altri, è arcinoto, sono nati a libro paga d’Israele e manco loro si son visti. Ma sono attori non protagonisti, dopotutto: è lui, Donaldone I, il deus ex machina della combine. Fosse entrato nell’assise d&#8217;Egitto in groppa a un destriero col cappellone texano e il sigarone sul mascellone volitivo sarebbe stato perfetto, ma pure così ha fatto la sua porca figura. E che applausi, che fischi d’ammirazione alla Knesset – e lì sì che c’era, l’uomo forte di Tel Aviv, gongolante – quando sua altezza imperiale ha arringato l’assemblea nel dopofirma, nel backstage come suol dirsi, prima d’andare a fare affari e ripartire l’obolo tra gli sceicchi incaricati di rifare Gaza bella nuova.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una nuova era</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Pure Bibi aveva la lacrima al ciglio a sentire l’amico americano spendere tante belle parole per lui. Chiedere a Herzog, il presidente firmabombe, di non sognarsi d’affidare il suo premier al tribunale nazionale o, peggio, alla corte penale internazionale che l’ha accusato di genocidio, ora che il massacro rischia una battuta d’arresto e con la fine della macelleria Bibi rischio l’osso del collo per i suoi reati comuni. «Questo è l’inizio dell’era della fede e della speranza, questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente», ha proclamato Trump. Anche i falchi del parlamento di Tel Aviv, quelli che hanno votato no all’accordo d’una pace farlocca come questa, piangevano come colombelle all’udire simili parole. Applausi a rotta di collo, standing ovation, giù il sipario.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta fino al prossimo botto</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo due anni di macelleria che ha spianato Gaza e messo fine alla chimera d’uno stato palestinese, reificando il sogno della grande Israele, restano sul terreno decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi e una regione devastata ma l’obiettivo è raggiunto, la pace è fatta. Fino al prossimo botto. Restano sul terreno, coi massacrati e la devastazione, le voci che nell’ora più buja della stella di Sion non hanno deflettuto dalla sua difesa a oltranza: i media sestistellati attruppati dietro ai loro generalissimi: i Vespa, i Mentana, i Molinari, le Gruber. Giornali e tiggì che dipingevano coi colori di guerra i cortei di pace. Resta un movimento d’opinione e di massa contrario all’aberrazione d’uno stato terrorista che si fa forte della lotta al terrorismo e dell’olocausto patito per imporre un altro olocausto alla Palestina e al mondo. Ma tutto passa e tra non molto si tornerà a parlare di radici giudaico cristiane per la nostra bella Europa. Senza un filino di vergogna per aver giocato a pallone con gl’israeliti in casa, anziché sbattergli la porta in faccia. Resta Donaldone I, imperatore d’un mondo al declino, artefice di guerra e profeta di pace.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ministeri di guerra, Nobel di pace</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Peccato, davvero peccato che tanta maestà d’animo non sia stata premiata dal Nobel, come richiesto dal presidente pakistano. E invece, all’uomo dal cuore umanitario, l’uomo in grado di smuovere le montagne con la sola forza della volontà, per usare le belle parole di Steven Cheung, a capo dello staff della comunicazione della Casa Bianca, s’è preferita l’eroina Maria Corina Machado, già pupilla della Cia, per la sua lotta per la libertà della patria venezuelana. Bene ha fatto il portavoce di Donaldone a tuonare contro quei perdigiorno del comitato norvegese del Nobel, quest’anticaglia d’un mondo a perdere, dopo aver dato notizia d’aver cambiato il nome del dipartimento della Difesa, vale a dire del Pentagono, in dipartimento della guerra, assai più adatto ai tempi: <a href="http://www.war.gov" target="_blank">www.war.gov</a>. Fatto è che se lo meritava proprio il Nobel, Donaldone, come ha ribadito Bibi dopo avergli infilato in tasca il piano di pace. Proprio come, a suo tempo, Hitler aveva fatto con Mussolini, il salvatore della pace a Monaco. Del resto anche il cancelliere del Reich è stato candidato al Nobel per la pace, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Ha proprio ragione il buon Gianandrea Gaiani. Viviamo tempi difficili, spesso tragici, a volte comici, quasi mai seri. Standing ovation, giù il sipario.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Chiacchiere, sputazze e nuvole nere</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/chiacchiere-sputazze-e-nuvole-nere/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/chiacchiere-sputazze-e-nuvole-nere/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 09:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[Alaska]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[incontro]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
		<category><![CDATA[Zelensky]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10656</guid>
		<description><![CDATA[A dispetto della pompamagna e delle dichiarazioni di rito, il duplice incontro di Trump con Putin e i vertici europei è stato l’ennesimo bluff. Ma la nemesi della storia è in agguato, non solo in Ucraina Che forza. Che spasso. Più abile d’un borseggiatore, più spassoso d’una macchietta al cabaret, più falso d’una borsetta made in Cina. È un Trump in gran spolvero quello che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/chiacchiere-sputazze-e-nuvole-nere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/08/1755356963-putin-alaska.jpg"><img class="size-medium wp-image-10658" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/08/1755356963-putin-alaska-300x163.jpg" alt="Russia's President Vladimir Putin speaks as he meets with President Donald Trump Friday, Aug. 15, 2025, at Joint Base Elmendorf-Richardson, Alaska. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)" width="300" height="163" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>A dispetto della pompamagna e delle dichiarazioni di rito, il duplice incontro di Trump con Putin e i vertici europei è stato l’ennesimo bluff. Ma la nemesi della storia è in agguato, non solo in Ucraina</strong><span id="more-10656"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Che forza. Che spasso. Più abile d’un borseggiatore, più spassoso d’una macchietta al cabaret, più falso d’una borsetta made in Cina. È un Trump in gran spolvero quello che ha accolto Putin in Alaska, ai confini dell’impero, e i leader europei col guitto Zelensky al seguito a Washington, nel cuore dell’impero in agonia. Da bravo padrone di casa, Big Don ne ha avute per tutti e per ciascuno. Dalla nostra Melona, bellamente coccolata al suo fianco, al fido Macron; dall’amico Starmer all’amicissimo Merz; dal segretario Nato Rutte alla Von der Leyen, capintesta dell’ignavia europea, all’ignorato Stubb, a cui va la palma del bellicista nell’accolita dei volenterosi. Ma proseguiamo con ordine. A dispetto della pompamagna e delle dichiarazioni di rito, il duplice incontro s’è rivelato una sagra delle chiacchiere e sputazze nelle tabacchiere di legno che, com’è noto, il banco non prende a pegno. Sembrava d’assistere a una di quelle partite tra vecchi rincitrulliti al bar dello sport, dove ognuno ripete frasi a vanvera, butta le carte e scapocchia, o se la dorme bellobello, finché qualcuno non gli da’ una bella pacca sulla spalla e lo manda a nanna. Con Big Don a rimboccargli il lenzuolino, farla da padrone e mescolare il mazzo, vecchio pokerista capace di bluffare e rilanciare anche con le scartine in mano. Tant’è, i giocatori al tavolo erano così scarsi, ma tronfi di sé, che c’è da chiedersi se mai, nella sua storia, l’Europa abbia avuto un ceto politico così privo di nerbo e abietto, contrario ai propri interessi e distante dalla realtà. Di fronte alle richieste di Putin, le stesse dall’inizio dell’invasione, le comparse europee continuano a blaterare d’armarsi e partire, chiedono sacrifici e unità di fronte al nemico di sempre, l’ex comunista assetato di sangue occidentale – illuminante la lezione di storia fornita, buon ultimo, dal già comunista e presidente della Campania De Luca <a href="https://www.facebook.com/watch/?v=9806390419488722" target="_blank">https://www.facebook.com/watch/?v=9806390419488722</a> – e fingono d’ignorare che la guerra voluta dalla Nato e da loro avallata in Ucraina è persa e i cocci deve pagarli l’Europa intera. Non certo gli Usa che, anzi, chiedono il conto e stanno alla cassa.</p>
<p style="font-weight: 400;">E qui il genio, il pragmatismo di Trump l’amerikano si rivela in tutta la sua grandezza. Strappa a Zelensky la promessa che ogni centimetro di terra rara che rimarrà all’Ucraina finirà alle aziende Usa, benché il malfido barboncino ucraino avesse promesso la stessa cosa agli inglesi che tanto hanno fatto per la causa della guerra e gli han messo il generalone Zaluzhny tra i piedi in vista delle presidenziali che prima o poi dovranno farsi. Promette al medesimo cento miliardi d’armi made in Usa per la difesa di Kiev e dell’Est europeo dalle mire del bieco cosacco che i lacché d’Europa dovranno accattare e dare senza battere ciglio, come i nuovi dazi, senza storno d’interessi. In cambio lo zar si piglia quel che è già suo e quel che ancora non lo è, ma di questo passo presto lo sarà, visto come vanno le cose sul campo di battaglia. Con la garanzia che la Nato non vedrà mai le sponde del Dniepr, o Nipro per dirla all’italiana, e da Kiev smammino i criminali nazisti che l’Occidente chiama combattenti per la libertà. A proposito, si sono riviste in questi giorni le belle bandiere col tridente del battaglione d’Azov a contrastare le puntate offensive russe puntellando i reparti ucraini allo stremo. Un esercito che ha già perso oltre due terzi degli uomini schierati in campo – settecentocinquantamila circa, stando alle stime più affidabili – non ha scampo ma di questo nessuno, da Parigi a Berlino, da Helsinki a Roma, sembra darsi pena o pensiero cercando seriamente di mettere fine alla guerra fratricida più che rilanciare la carneficina. In quest’ottica, il ventilato incontro tra Putin e Zelensky è più l’ennesima burletta mediatica che un’ipotesi reale.</p>
<p style="font-weight: 400;"> <span style="font-weight: 400;">Tantomeno vedono, le marionette europee e i loro burattinai, le nuvole nere che s’addensano sui cieli d’Europa, ben oltre le trincee ucraine. O forse le vedono e già pregustano nuovi affari, nel cupio dissolvi dell’Occidente: il pentolone d’oro sotto al sangue e agli stracci dell’oggi. Ché lo scontro fratricida ai confini della Russia, la resistenza di questa all’espansione della Nato e degli Usa ad Est ha portato questo di nuovo nella storia europea, al di là del sangue che da sempre la impregna. L’impossibilità di un asse russo-tedesco, tanto economico che militare, come già all’indomani della prima guerra mondiale, obiettivo raggiunto dai vertici bellicisti inglesi. Che persino l’imbelle e abbronzatissimo – a dire di Trump – cancelliere tedesco Merz ventili una Germania di nuovo militarmente potente, grazie alla riconversione bellica della sua ex industria automobilistica, oltretutto in virtù dello stupidario green, è qualcosa che dovrebbe far tremare Londra e Parigi, oltre che le diplomazie d’oltreoceano. Chissà che un secolo dopo non si realizzi il sogno del lebensraum di Karl Haushofer reificato da Hitler e Hess: Berlino e Londra insieme, a dividersi il vecchio mondo e far muro all’espansionismo russo. Peggio è che a difendere il muro dovrebbero essere generazioni pasciute a colpi di veganismo &amp; transgenderismo, non certo emuli di Sparta. Fare di schiere di smidollati da tastiera e zombi iperconnessi orde d’assaltatori col pugnale tra i denti, resistenti al perfido cosacco invasore, sarà compito arduo per i nuovi leader della vecchia Europa. Che forza. Che spasso. Che nemesi della storia.</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/chiacchiere-sputazze-e-nuvole-nere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il pacificatore</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 09:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Bibi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Khamenei]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10620</guid>
		<description><![CDATA[Dopo la guerra dei dodici giorni, la tregua salvamondo. Trump tra bluff e mazzate, il futuro che sarà. L’ennesimo colpo di scena dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco Ebbene sì, abbiamo scherzato. Anche nel mondo nuovo la tempesta precede la calma, e così dopo le bombone di Big Don e le bombette d’Alì, è calma piatta tra i contendenti, con Bibi che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo la guerra dei dodici giorni, la tregua salvamondo. Trump tra bluff e mazzate, il futuro che sarà. L’ennesimo colpo di scena dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco</strong><span id="more-10620"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ebbene sì, abbiamo scherzato. Anche nel mondo nuovo la tempesta precede la calma, e così dopo le bombone di Big Don e le bombette d’Alì, è calma piatta tra i contendenti, con Bibi che se la ride sotto ai baffi.  Diciamolo subito. Se avessi avuto un dollaro da giocare sulla presidenza Trump come fattore di pace o di guerra, l’avrei puntato su di lui. Che, aldilà delle fanfaronate dell’uomo e della vocazione imperiale dell’America a stelle &amp; strisce e alla frutta, il bispresidente pareva meno manovrabile e rincoglionito del suo predecessore, assai meno legato di Rimbam Biden al complesso militare. E invece. Il 22 giugno 2025 forse resterà nei libri di storia come il 24 febbraio di tre anni fa. Allora Putin decise di mettere un freno all’espansionismo statunitense e della Nato a Est, alzando la posta di un conflitto in atto in Ucraina da un decennio. Tre anni di guerra non sono bastati all’uno o all’altro dei contendenti che a divaricare le posizioni, spingendo l’ex repubblica sovietica, culla della Russia moderna, a una guerra fratricida e l’Europa a una sudditanza economica e militare sempre più cieca agli Usa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tre anni dopo, e dopo la promessa di Trump di mettere fine al conflitto, questo non solo ristagna, ma sul tavolo da poker della geopolitica globale la posta raddoppia e in gioco non c’è solo il destino dell’Europa orientale o dell’Europa tout court, ma del mondo. Se a Est i servizi inglesi si danno da fare per assestare duri colpi all’orso russo – vedi l’operazione dei droni contro i bombardieri strategici russi che ha messo alla berlina Mosca una volta di più – come dall’inizio della guerra e da sempre, altrove Trump ha pensato di riprendersi la scena nel modo a lui più congeniale. La forza bruta e le chiacchiere a vanvera, il colpaccio mediatico dopo le botte da orbi. Tutto è iniziato con un discorso breve, intenso, degno d’un leader se non fosse solo un prestigiatore di bassa lega che gioca coi destini del mondo. Vedi il video su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=aMhKhAuwMh4" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=aMhKhAuwMh4</a></p>
<p style="font-weight: 400;">Dietro – davanti? – a lui Bibi, debitamente citato e ringraziato nel discorso presidenziale che formalizza l’entrata in guerra degli Usa, senza dichiarazione formale, ringrazia e passa all’incasso. India e Cina restano a guardare, ma all’aprirsi delle cateratte il Kashmir e Taiwan – meglio, Formosa – non resteranno all’asciutto. Ma riepiloghiamo i fatti che avvicinano il mondo all’abisso della terza guerra mondiale come mai prima d’ora, al netto delle pagliacciate mediatiche, vagliamo gli sviluppi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le questioni sul tappeto sono tre. Perché Israele ha deciso d’aprire il sesto fronte di guerra – dopo Gaza, Siria, Libano, Cisgiordania, Yemen e Iran, il più letale – mentre è tutt’ora in corso il genocidio palestinese ben oltre la Striscia. Perché gli Usa sono intervenuti a dara man forte all’attacco israeliano al regime degli ayatollah che da decenni è sotto botta dell’arcinemico sionista. Infine, cosa succederà a breve e nel medio termine, dopo la farsa dei bombardamenti preannunciati e della tregua annunciata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Israele ha deciso di lanciare un attacco preventivo ai siti iraniani alla viglia dei colloqui sul nucleare in corso a Washington per boicottarli una volta per tutte e chiarire, una volta di più, che la bomba atomica in Medio Oriente possono averla solo loro, sola potenza regionale per non dire mondiale e i soli, insieme agli Usa, che non hanno sottoscritto alcun accordo di non proliferazione atomica. I sionisti ne hanno tra le novanta e le 200 stoccate nei loro magazzini “supersegreti” a Dimona e loro sì sono pronti a usarle alla peggio e senza scrupoli: muoia Sansone con tutti i Filistei, cioè i palestinesi del tempo, come raccomanda la Bibbia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tutti lo sanno, è un segreto di Pulcinella che nessuno vede, tantomeno l’occhiuto servo sciocco di Rafael Grossi, direttore dell’Aiea che balbetta le sue accuse agli altri. Gli altri, specie l’Iran che pretende di menomare lo strapotere di Tel Aviv, stiano a cuccia. Ma non è solo questione d’atomica o di rovesciare il regime degli ayatollah, com’è nei desiderata di tel Aviv e dell’Occidente da sempre. Dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e, buon ultima, la Siria, il destino della Persia è quello d’essere spezzonata e ridotta a enclavi, per meglio essere dominata e sfruttarne le risorse, con buona pace del diritto internazionale e delle anime belle che piangono sulle atrocità dei pasdaran. Reza Pahlavi, l’erede dello scià già spodestato fa sapere che lui non si tirerà certo indietro davanti al compito d’onore e di libertà. Che magnifico futuro s’apparecchia per gli orfani degli ayatollah.</p>
<p style="font-weight: 400;">A tanta bellezza il regime sciita può opporre chiacchiere e poco altro. Israele vede e prevede, ha creato Hamas contro l’Olp, come molti dimenticano cianciando sul massacro del 7 ottobre, e l’ha usato per poi stritolarlo alla menoma occasione, in una strategia dell’infiltrazione che fa impallidire quella della tensione. Lo stesso dicasi per Hezbollah sotto comando iraniano, infiltrato del pari, come gli aggeggi esplosivi che hanno stroncato i suoi militanti hanno mostrato. Eretz Israel, la grande Israele, non è mai stata così vicina al suo farsi, e che a realizzarla sia Netanyahu, un macellajo che se smettesse d’appiccare fuoco al mondo blaterando di pace sarebbe gettato nelle patrie galere per i suoi intrallazzi è un paradosso del tutto marginale nella partita in gioco. Però neanche le formidabili risorse d’intelligence e militari d’Israele bastano. Il serpentone iraniano è un boccone troppo grosso anche per la gracidante ranocchia di Bibi. Dopo mesi di campagne militari senza soluzione di continuità e undici giorni di guerra i missili continuavano a cadere sul sacro suolo di Sion e allora serve l’amico buono, quello che ti leva dagl’impicci anche se lo svegli in piena notte.</p>
<p style="font-weight: 400;">Così entra in gioco Trump il pacificatore. Manda nottetempo, dal Missouri, sei bombardieri Stealth a sforacchiare con una dozzina di bombe di profondità il bunker sotterraneo superprotetto di Fordow dove i cattivi iraniani stavano costruendo la bomba – verità che tra qualche tempo scopriremo fondata quanto i famosi gas di Saddam – e chiede la resa senza condizioni a Khamenei. Arrendersi o perire. Nel gioco delle parti a Gerusalemme gongolano, a Washington gonfiano il petto come tacchini per la riuscita dell’impresa e a Teheran strillano, qualche missile casca a vuoto nelle basi Usa in Qatar. Prima i soliti comploanalisti, poi tutto il circo mediatico dicono che è tutta una macchietta, spettacolo buono per il pubblico della balconata, come avrebbe detto il grande Céline: tanto gli uni che gli altri hanno preavvisato il nemico e i danni sono minimi. Restano i tanti morti ammazzati sul terreno, inutili. Tant’è, giocare col fuoco non ha mai portato bene, nella calura estiva. Fatto è che dopo le mazzate arriva l’offerta di pace e tutti ci stanno, fingono di crederci. Fino al prossimo missile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Di reale – non di vero, per carità – c’è che il mondo è un posto un tantino meno sicuro dopo la guerra dei dodici giorni che l’ha portato sull’orlo dell’abisso come ai tempi della crisi di Cuba. L’ennesimo bluff dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco. La repubblica islamica dovrà cadere, bomba o non bomba, perché così vuole il macellajo di Tel Aviv e la superpotenza lo segue, obbediente. L’Europa segue a ruota e riarma, vagisce come una creatura nella culla, neppure consapevole di quel che l’attende, dominata com’è da elite burocratiche al servizio dei poteri davvero forti e succubi a chi ne ha deciso il crollo. Teheran è la via di passo per Pechino, come Damasco lo era per Teheran, i tempi stringono prima che lo scontro si faccia globale e davvero letale, con l’inciampo di Mosca nel mezzo che però ha già mollato la partita mediorientale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Colpi di scena e spacconate non salveranno gli Usa dal suo declino, tantomeno un tristo pagliaccio dal cappellino rosso renderà l’America – gli Stati Uniti, please – di nuovo grande. Il Maga è uno spot, al massimo un programma, non sarà mai una realtà. La guerra infinita per impedire un futuro policentrico all’umanità, il caos globale che ne verrà, è già scritto nel vaticinante saggio di Jacques Attali, ex consigliere dell’imbelle Macron: Breve storia del futuro. Il resto è cronaca, bomba o non bomba. Che, parafrasando Venditti, non ci porterà a Roma ma a fare un bel botto, all’inferno in terra. I guerrafondaj da salotto, gli ignavi della geopolitica, gli orfani del buonsenso e i partigiani delle opposte sponde lo sappiano: salteranno tutti, e primi fra tutti i grilli parlanti. Senza più un dollaro in tasca.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La fine del gatto mammone</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-fine-del-gatto-mammone/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-fine-del-gatto-mammone/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 17:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[caduta]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10576</guid>
		<description><![CDATA[Cade Assad in un conflitto lampo, dopo un quindicennio di guerra civile. La Siria, sull’orlo della spartizione a tre, tutto sarà fuorché democratica. Gli Usa si terranno i pozzi, Erdogan si sbarazzerà dei curdi, Bibi realizza la Grande Israele. E Mosca resta col cerino spento, mentre l’Iran aspetta il suo turno Certe volte i proverbi le sparano grosse ma certe altre ci azzeccano proprio. Come... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-fine-del-gatto-mammone/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/turkproxies-9637278.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10577" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/turkproxies-9637278-300x169.jpg" alt="turkproxies-9637278" width="300" height="169" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/Hermon.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10578" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/Hermon-300x169.jpg" alt="Hermon" width="300" height="169" /></a></p>
<p><strong>Cade Assad in un conflitto lampo, dopo un quindicennio di guerra civile. La Siria, sull’orlo della spartizione a tre, tutto sarà fuorché democratica. Gli Usa si terranno i pozzi, Erdogan si sbarazzerà dei curdi, Bibi realizza la Grande Israele. E Mosca resta col cerino spento, mentre l’Iran aspetta il suo turno</strong><span id="more-10576"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Certe volte i proverbi le sparano grosse ma certe altre ci azzeccano proprio. Come in questo caso: chi la dura la vince. Erano tre lustri che, a colpi di primavere arabe e appelli alla democrazia globale, i giusti d’ogni colore e soprattutto quelli di casa a Tel Aviv e Washington l’avevano giurata a Bashar al-Assad. Da domenica, finalmente, il sanguinario despota di Damasco è caduto, la Siria è tornata nell’alveo delle libertà e tutti i sinceri progressisti possono dirsi grati a Dio, o Allah che dir si voglia. Pace a chi resta e potrà darsi finalmente al risorgere alle libertà, in un paese che, tra le sperticate lodi delle democrazie occidentali ai nuovi padroni, tornerà a essere quel regno di Bengodi che un cinquantennio di dittatura Baath aveva reso un tristo regime. Se quel vecchio volpone di Kissinger potesse uscire dalla tomba, sarebbe il primo a congratularsi con sé stesso e i liberatori. Lui l’aveva detto chiaro fin dall’inizio della guerra civile per procura, nel 2011, e ribadito quando russi e iraniani non avevano permesso di scalzare Assad da Damasco, come stavano facendo le spontanee sollevazioni popolari con altri governi nel Medio Oriente. “Credete che le primavere siano per i begli occhi degli arabi? L’unica soluzione per metterla a terra – la Siria, ndr – adesso è bruciarla dall’interno”. C’è voluto un bel po’, ma chi la dura la vince.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sintomatici del ritrovato sentimento democratico sono gli appelli dei conduttori tv e dei quadri del vecchio regime, alcuni già fedelissimi, passati armi e concetto ai nuovi padroni. Dove spicca, alla testa dei democraticissimi liberatori di Hayat Tahrir al-Sham, filiazione di Al-Qaeda, quell’Abu Mohammad al-Golani, o Al Jolani, sul cui capo pende tuttora una taglia da 10 milioni di dollari – mica bruscolini – quale terrorista islamico, ora convertito sulla via di Damasco, come san Paolo, e annoverato tra i volti nuovi della democrazia. Qualche foto taroccata già lo dà in preghiera sotto al muro del pianto, ma possiamo star certi che tra non molto lo vedremo, novello Zelensky, stringere mani e dar pacche sulle spalle ai bei nomi della democrazia totalitaria, da Von der Layen a Rutte, da Macron a Trump. Tutti troppo occupati all’inaugurazione della risorta Notre Dame, nella nuova veste paraclassica e paramassonica, per vedere ciò che accadeva di domenica sera nel vicino Oriente. Più accorto, neanche il tempo per Assad di darsi alla fuga che già Netanyahu ordinava ai cingolati di Tel Aviv di spingersi oltre le alture del Golan occupate in barba al cosiddetto diritto internazionale, e alle truppe speciali e ai bombardieri d’azzerare la residua capacità militare dell’esercito siriano dalla frontiera del Libano alla Giordania. Sul monte Hermon, a trenta chilometri da Damasco, sventola ora la bandiera con la stella di Davide, tutto il sud del paese è saldamente in mano israeliana e così sarà nei tempi a venire.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eretz Israel, la grande Israele è un fatto compiuto, dalla Striscia ridotta a tabula rasa al devastato Libano, dal carnajo della Giordania – prossima tappa, se non saprà far tacere i profughi palestinesi che ancora si agitano nei campi – alla martoriata Siria, Sion è ovunque e la sua longa manus può colpire chiunque. Il macellajo di Dio aveva visto giusto a darsi tanto da fare, dopotutto, e ora che la via è sgombra sarà un gioco da ragazzi sbarazzarsi dell’ultimo nemico e aprirsi la via di Teheran. Basterà l’ultima spintarella, ma forse un nemico in ginocchio, da colpire a piacimento, è ancora più utile di uno spacciato per sempre. Intanto Israel Katz, ministro della Difesa, può gongolare: «Abbiamo assestato un colpo formidabile all’asse del male». Ben detto, e soprattutto fatto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma come è stato possibile a una banda di sgarrupati scannapolli, fino a quel momento asserragliati a Idlib e poco oltre, di prendersi in pochi giorni un paese che resisteva da un quindicennio a ogni cospirazione? Che una congerie di poche migliaia di ex terroristi male in arnese, senza armi pesanti e lo straccio d’un carro armato, con poche sgangherate carrette armate di mitragliere e un pugno di droni made in Ucraina abbiano avuto ragione di un esercito malridotto, sì, ma con oltre 270mila uomini, centinaia di carri, cannoni e aerei, forte di migliaia di miliziani di hezbollah e pasdaran e soprattutto dell’appoggio della marina e dell’aviazione russa? Un esercito che si è squagliato dopo i primi scontri, peraltro favorevoli, arrendendosi di fatto senza combattere ai tagliagole inneggianti alla libertà.  Per ritrovare un precedente simile dobbiamo sbarcare con Garibaldi a Marsala, risalire la Sicilia e la Calabria per vedere i soldati di Franceschiello filarsela e arrendersi a frotte ai liberatori d’Italia. Dobbiamo accompagnarci a Cadorna alla passeggiata di Porta Pia e vedere gli zuavi francesi sparacchiare un po’, tanto per fare scena, prima di darsela a gambe per le vie di una Roma non più papalina. Cos’è successo, dunque?</p>
<p style="font-weight: 400;">Se Bibi s’è pappato il boccone grosso e si prepara a fare una scorpacciata dell’ultima pietanza in terra d’Iran, pure i commensali al banchetto che vedrà la Siria seguire la sorte della Libia, smembrata e sbranata, e i suoi pozzi petroliferi spartiti tra i vincitori, sono diversi. Primo fra tutti Erdogan che, con l’abbraccio a Bibi per schiantare l’asse del male e il dittatorello di Damasco, ha dato inizio ai giochi e spinto i liberatori a fare il colpo grosso. Al Jolani e le sue milizie sono sul suo libro paga, e serviranno a ritagliarsi una bella fetta di Siria ripulendola dai curdi che ancora s’ostinano, nel nord, a resistere ai liberatori. Per loro la fine di Assad rappresenta la caduta dalla padella alla brace; nessuna tregua ma un bel repulisti fino all’eliminazione finale del Rojava e delle sue unità di autodifesa. Non del Kurdistan sotto protettorato Usa, però, che manterrà il controllo – in barba al solito diritto internazionale – sulle aree occupate a est e sud del paese, quelle coi giacimenti petroliferi più ricchi, che già Trump pensava di restituire e invece dovrà suo malgrado tenersi, soprattutto se i pozzi iracheni ancora sotto occupazione torneranno effettivamente al legittimo proprietario entro il prossimo anno, come richiesto dal parlamento di Baghdad. Dai campi statunitensi in Siria sono partiti i raid che hanno spazzato i rinforzi in arrivo dall’Iraq per il regime, prima che cadesse, e qualcosa si dovrà pur avere in cambio. Poi vuoi negare la soddisfazione di un altro paletto messo in quel posto a Trump sulla via di Washington? Gestire l’eredità venefica di Biden sarà sempre più difficile. Ma neanche il balletto a tre tra Bibi, il gran visir e il morto che cammina alla Casa Bianca ha fatto schiantare Assad in un fiat. C’è voluto altro. Un quarto, maldestro danzatore.</p>
<p style="font-weight: 400;">All’inizio delle operazioni su Aleppo, a fine novembre, i jet russi di stanza a Latakia hanno bombardato i ribelli per contenerne l’avanzata. Poi più niente. L’unico aereo russo a levarsi in volo è stato quello che ha portato Assad e famigli a Mosca, spinto dai suoi protettori – il comunicato russo parla di “pace inclusiva”, magica parolina dei tempi nuovi entrata persino nel gergo militare – mentre Egitto e Giordania avevano addirittura consigliato al despota di formare un governo in esilio. Povero Bashar, lui che voleva fare l’oculista e per quel sogno aveva il fisico e tanto studiato a Londra, e mai si sarebbe sognato di darsi alla politica e tantomeno al governo, se il fratello maggiore, Basil, non fosse perito nel più classico accidente stradale dei servizi e il padre Hafiz, artefice della dinastia, non fosse morto d’infarto. Povero Bashar, che per non perire s’è grappato ai soli che potessero salvarlo, i russi, e alla fine s’è dimostrato savio quanto uno dei ciechi di Bruegel. Si vocifera che in cambio della sua pellaccia e della Siria Mosca abbia messo sul piatto della bilancia nientemeno che il guitto Zelensky, che alle prossime elezioni – prima o poi si faranno – ci lascerà le penne e dovrà passare la mano a qualcuno in grado di fare la pace in una guerra che non si vince. Povero Assad, che in arabo significa leone e ha fatto la fine del gatto mammone. E povera Siria, soprattutto, ora più che mai.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che il conflitto nel paese rappresenti la saldatura tra le guerre in corso, in Medio oriente e in Europa, è chiaro in campo e fuori. Sul terreno, perché servizi e reparti speciali ucraini si sono dati un bel po’ da fare, coi droni e i volontari, sotto l’occhio vigile dei turchi, per dare una mano alle milizie jihadiste, mentre russi, hezbollah e pasdaran erano in altre faccende affaccendati e sotto botta. Se così fosse, e forse è, Putin – non a caso elogiato da Erdogan per quanto ha fatto – ha commesso un doppio sbaglio, più grosso ancora dello scatenare una guerra che non è stato in grado di vincere. Può forse garantirsi la pace sul fronte orientale e, chissà, i tre ballerini gli lasceranno pure il contentino della base nel Mediterraneo orientale, per quel che vale. Ma i suoi alleati, dall’Iran alla Cina, vera posta in gioco della guerra che verrà, sanno che dei russi c’è poco da fidarsi, pronti come sono a mollare l’arrosto per il biscottino. Vada come vada, l’Occidente ha preso due grassi piccioni con la classica favetta: fatto fuori un feroce dittatore mentre l’altro è lì che aspetta il suo turno. I dittatori, si sa, sono come le mele: alcuni marci e altri tanto utili da levare il medico di torno. I media mainstream possono sbizzarrirsi a mostrare gli orribili carceri del despota caduto e tessere lodi del nuovo che avanza. Poi, quando si vedrà che hanno suonato il piffero dalla parte sbagliata, sarà tardi ma poco importa. La libertà, come recita quello spot, non ha prezzo e loro, come chi sta dalla parte giusta, non pagheranno mai il conto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-fine-del-gatto-mammone/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il palio di Kursk</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-palio-di-kursk/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-palio-di-kursk/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 31 Aug 2024 07:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[Cittadella]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Kursk]]></category>
		<category><![CDATA[operazione]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Zelensky]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10513</guid>
		<description><![CDATA[Ottant’anni fa, Hitler tentava l’operazione Cittadella in Russia. Oggi ci riprova Zelensky, col supporto Nato. Perché, situazione sul terreno e prospettive dell’offensiva ucraina È proprio vero, come diceva Vico, che la storia s’impasta di corsi e ricorsi, sempre le stesse robe, con l’aggravio che si presenta una prima volta in forma di tragedia e una seconda come farsa, sosteneva barbon Marx. Piglia Kursk, per esempio.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-palio-di-kursk/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Ottant’anni fa, Hitler tentava l’operazione Cittadella in Russia. Oggi ci riprova Zelensky, col supporto Nato. Perché, situazione sul terreno e prospettive dell’offensiva ucraina</strong><span id="more-10513"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">È proprio vero, come diceva Vico, che la storia s’impasta di corsi e ricorsi, sempre le stesse robe, con l’aggravio che si presenta una prima volta in forma di tragedia e una seconda come farsa, sosteneva barbon Marx. Piglia Kursk, per esempio. Da settimane, gli ucraini hanno scatenato un’offensiva ai confini con la Russia, nella stessa area dove Hitler tentò lo sfondamento durante la terza e ultima offensiva sul fronte orientale, con la prospettiva di chiudere la partita a Est, dopo le fallite avanzate dei due anni precedenti. Vedere come andò allora può essere istruttivo per l’oggi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Bundesarchiv_Bild_101III-Zschaeckel-206-35_Schlacht_um_Kursk_Panzer_VI_Tiger_I.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10515" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Bundesarchiv_Bild_101III-Zschaeckel-206-35_Schlacht_um_Kursk_Panzer_VI_Tiger_I-300x203.jpg" alt="Schlacht um Kursk, Panzer VI (Tiger I)" width="300" height="203" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Kursk-1943-Plan-GE.svg.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-10516" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Kursk-1943-Plan-GE.svg-222x300.png" alt="Kursk-1943-Plan-GE.svg" width="222" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Kursk, 5 luglio 1943</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ai primi di luglio del ‘43, dopo una serie di rinvii, il meglio delle panzerdivision e delle divisioni corazzate ss ancora su piazza tentano una manovra a tenaglia per eliminare il saliente di Kursk e con esso buona parte delle forze sovietiche, per poi puntare nuovamente su Mosca: l’operazione Cittadella. Le linee difensive russe sono munitissime, la sproporzione è di oltre due a uno per gli uomini e quattro a uno per i mezzi ma i tedeschi non si fanno problemi. Attaccano e, ovviamente, non se la passano bene. Avanzano pochi chilometri, con perdite altissime. Uno dei bracci della tenaglia si blocca e buttano dentro tutte le riserve corazzate di cui dispongono, compresi i nuovissimi Ferdinand, Tiger e Panther, che però prendono fuoco come cerini se colpiti ai serbatoi, alle terga. Anche i russi buttano nella mischia le riserve corazzate della V° armata, per ordine diretto di Stalin. Quel che ne viene fuori è una mischia furibonda, un cozzo di carri che si tirano addosso l’un l’altro. Al termine della più grande battaglia di carrarmati della storia (finora) restano sul terreno migliaia di carcasse fumanti. Per i russi è un’ecatombe ma i tedeschi non passano e le loro perdite non sono rimpiazzabili. A far precipitare la situazione l’ordine di Hitler di trasferire, nel bel mezzo della battaglia, le migliori unità sul fronte italiano, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia (10 luglio), e nell’imminenza del crollo del fascismo (19 luglio). Tempo di organizzarsi e i russi contrattaccano, sfondano il fronte di 150 chilometri e nessuno riuscirà più a fermarli, fino a Berlino. Veniamo ai giorni nostri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/sso-golovna.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10517" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/sso-golovna-300x200.jpg" alt="sso-golovna" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/UAF-Kursk-Incursion-August-27-2024.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10518" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/UAF-Kursk-Incursion-August-27-2024-196x300.jpg" alt="UAF-Kursk-Incursion-August-27-2024" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Kursk, 6 agosto 2024</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ai primi d’agosto, diverse brigate meccanizzate, col supporto di compagnie di mercenari e reparti Nato sotto copertura, sfondano le linee russe presso Kursk. La sorpresa è totale. In poche settimane conquistano oltre mille chilometri quadrati (grossomodo la metà della provincia di Rieti) e catturano centinaia di prigionieri, per non parlare dei caduti, anche se a costo di notevoli perdite. Da più parti, anche negli alti vertici militari della stessa Nato che ha fornito supporto in uomini e mezzi, oltre che la copertura informativa e la tecnologia necessaria all’operazione Kursk, sottolineano l’incongruenza dell’offensiva. Le Ardenne di Zelensky, dice qualche acuto analista, rievocando il canto del cigno delle panzerdivision hitleriane. Perché portare la guerra in territorio russo, sottraendo forze alla difesa del fronte del Donbass, dove i russi sono all’attacco e minacciano lo sfondamento a Pokrovsk, si chiedono gli esperti caduti dal pero?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tre obiettivi per un’offensiva</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’offensiva ha un triplice scopo. Innanzitutto sottrarre forze al fronte meridionale, permettendone la stabilizzazione. Poi conquistare due importanti snodi energetici, la centrale atomica di Kurčatov e quella di stoccaggio gas a Sudza; obiettivo, quest’ultimo, raggiunto con il blocco delle ultime forniture di gas alla Slovacchia e all’Ungheria, recalcitranti membri della Nato, contrari alla recrudescenza delle operazioni belliche e ai diktat di Washington e di Bruxelles. Al gasdotto principale, il Nordstream, avevano già pensato i servizi inglesi e polacchi – ormai le inchieste non lasciano dubbi – con buona pace della Germania e del resto dell’Europa che si è visto tagliare le forniture russe. Terzo, e buon ultimo, l’offensiva arriva nel momento in cui il piano di pace proposto da Trump e mediato da Orban sembrava attecchire a Kiev, oltre che a Mosca. Col territorio della federazione occupato nessuna pace è possibile e, soprattutto, gli ucraini dispongono di una forte merce di scambio nel momento in cui si dovranno sedere al tavolo della pace e stabilire il passaggio dei territori. E poco importa che i russi abbiano al momento conquistato cento volte tanto terreno, oltre centomila chilometri quadrati. Tutto ciò, senza contare il successo mediatico d’aver preso a schiaffi i russi a casa loro, mostrando che le forze ucraine sono ancora pienamente operative, quando tutti le davano quasi spacciate e prossime alla fine. Anche se col palese supporto Nato, dunque in una guerra d’aggressione aperta ancorché non dichiarata, la prima su suolo russo dai tempi dell’invasione dell’Asse.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E adesso, pover’uomini?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">E adesso, poveruomini, parafrasando un romanzo di Hans Fallada, che ne sarà dei contendenti? Dopo due anni e mezzo di guerra, la situazione sul terreno è più ingarbugliata, la soluzione più lontana. Putin ha mostrato ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, di non essere in grado di concludere manu militari il conflitto rapidamente. Poteva farlo con una guerra lampo all’inizio, e si è lasciato scappare il boccone. I russi si sono impantanati in una guerra di posizione, di media intensità e lunga durata, continuando a fare gli stessi errori palesati, da ultimo, dall’offensiva ucraina. Da parte sua Zelensky ha conseguito un successo tattico effimero, che può ritorcersi presto contro con la perdita dei territori contesi sul fronte sud e fargli rimpiangere il doppio rifiuto ai piani di mediazione, prima turco poi ungherese. Ha preferito dare ascolto ai suoi padroni malpaganti, alle sirene angloamericane, tentare il tutto per tutto gettando sul tavolo le carte del mazzo sopravvissute alla fallita controffensiva dello scorso anno. Miliardi in armamenti, spesso affidati a mani inesperte, come i nuovissimi Leopard e F16 – il primo dei sei già caduto per fuoco amico – vecchi di vent’anni. Armi che finiscono sforacchiate nel museo all’aperto allestito a Mosca. Prestiti, in dollari, che rientrano nelle casse nordamericane. Un doppio affare per le industrie Usa, un massacro per l’Europa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il Palio della non vittoria</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Una tragedia epocale che, a differenza della guerra parallela in Medio Oriente, forse finirà solo con l’eventuale elezione al secondo mandato di Trump, se mai Donald arriverà a fine corsa e farà quanto promesso. Ma la duplice invasione ha complicato tutto, la guerra proseguirà, salvo imprevisti e colpi di scena, con assalti alle trincee degni di Verdun e bombardamenti terroristici sulle città dell’una e dell’altra parte. Sulle teste di un popolo che si voleva fraterno, già diviso ottant’anni fa sotto le bandiere rosse o le insegne hitleriane. Come il tridente che campeggia sulla maglietta di Zelensky e gli scudetti ucraini, simbolo mutuato dalle squadracce filonaziste di Banderas. I due pover’uomini che si sono mostrati incapaci di vincere non potranno che perdere, e con essi l’Europa, dilaniata e dissanguata da un conflitto estraneo ai propri interessi. Gli architetti di Euromaidan possono ben compiacersi del proprio sanguinoso lavoro, della logica del Palio di Siena fatta propria. Anche se il loro cavallo non vincerà, quello dell’avversario non arriverà a fine corsa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-palio-di-kursk/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
