La guerra infinita
Israele e Usa avviano la soluzione finale per l’Iran. Le novità di una vecchia partita ammantata di libertà
Vedi come va il mondo. Manco il tempo di celebrare il quarto anniversario d’una guerra che nessuno sa vincere o vuole perdere, che s’apre un nuovo conflitto nella guerra infinita destinata a ridisegnare il mondo a venire. Neanche il tempo di vedere come va a finire Sanremo, che il carrozzone mediatico è costretto a spostare i riflettori, il pubblico a sorbire ben altro spettacolo. Come promesso da tempo, è ripartita la caccia all’ayatollah in nome della pace globale e dei sacrosanti diritti d’un popolo oppresso. Per dare la spallata finale al regime iraniano l’asse dei buoni s’è unito nella santa crociata volta a farla finita una volta per tutte col male in terra. Il ruggito del leone, l’anno chiamato gli strateghi del warfare con quel gusto tutto particolare dei titolisti di guerra. Resta il dubbio se il riferimento sia al ciuffo impertinente del presidente Usa o al ruggito del macellajo di Tel Aviv, ma tant’è. E mentre i dotti discettano su come andrà a finire, se Barbabianca casca o s’arregge, il pubblico alla balconata fischia e plaude, col coro dei servi più o meno utili & sciocchi a unirsi alla crociata. Solo la guerra può estirpare il cancro iraniano, strilla Sallusti con l’usuale senso della misura, dando il là alle schiere dei guerrieri da salotto pronti alla gran pugna. Niente di nuovo sotto al sole. Solo, a missili in volo e botti in corso, qualche noterella.
Le novità di una vecchia partita
L’ennesimo round della partita contro Teheran si muove sulla falsariga dei precedenti, con qualche nuova. Neanche il tempo di dichiarare fallite le trattative in corso sulla denuclearizzazione dell’Iran con gli inviati Usa che Tel Aviv s’è portata avanti, attaccando di sabato – una novità, anche per i pii israelioti – un centinaio di siti iraniani. A dar loro copertura e manforte una grossa forza militare Usa degli ultimi tempi, due portaerei e vari incrociatori le unità maggiori, stazionate nel Golfo e nel Mediterraneo allo scopo, da settimane. L’idea, neanche celata, è quella di dare una spallata al regime finché questo non cadrà. Non si tratta dunque – altra novità – d’una guerricciola di breve corso, d’una botta e via come le precedenti e l’ultima di giugno. Stavolta le operazioni militari andranno avanti fino alla soluzione finale, a sentire il duo dei liberatori. Per non farsi mancare niente Bibi arraffa nel frattempo quel che ancora manca alla grande Israele nella West Bank e altrove. Teheran, da parte sua, risponde come sa e come può: sparacchiando un po’ a casaccio sulle basi Usa nell’area e su Sion. Khamenei è dato per morto.
Le carte buone del mazzo
Le novità suaccennate s’inseriscono nel chiaro tracciato del potere globale, perfezionato dall’amministrazione Trump rispetto alle precedenti. Spazzato via il perfido Assad dalla Siria e ingabbiato il vieppiù perfido Maduro, col sovrappiù d’aver acquisito le risorse energetiche nei due paesi, l’impero può pensare alla spallata finale contro il regime che rappresenta il boccone petrolifero più ghiotto e l’ultimo ostacolo al mantenimento dell’assetto geopolitico attuale: il contenimento della Cina a rango di potenza regionale. La partita grossa coi musi gialli, come ben sanno gli strateghi a stelle e strisce, si giocherà entro la metà del secolo e per ora le carte buone del mazzo sembrano le loro. Se Teheran cadrà ai cinesi resteranno le scartine, Big Don e Bibi saliranno assieme sul carro dei vincitori da veri imperatori, senza manco un servo a sussurrargli all’orecchio che dopotutto sono mortali, come nell’antica Roma. Ancora una spintarella e pure Cuba, l’ultima perla, potrà essere infilata nella collana dei liberatori. E i ghiacci della Groenlandia si scioglieranno al loro sole. All’Europa vassalla il compito di contenere l’orso russo in Ucraina.
Un gioco a perdere
Se la via per Pechino passa da Teheran, il cambio di regime s’impone e non c’è scampo, né rischio che non valga la pena correre. Chi si ferma perde tutto. Però la partita, truccata sotto la luce della libertà, ha un rischio come ogni azzardo. Per ora il dominio Usa è tutto sommato fermo ai tempi della talassocrazia ateniese. Viene dal mare, si concentra sulle portaerei. Missili e bombardieri possono molto, non tutto. Senza un intervento di terra, senza che la gente si ribelli davvero, la tiritera andrà avanti all’infinito, come nell’olocausto palestinese. E forse è proprio questo che vogliono Bibi & sodali. Lo spauracchio del nemico permanente, da battere a piacimento, il terrore costante per non perdere il potere e l’immunità, a salvaguardia dei guai giudiziari. Quel che è certo è che senza una guerra civile il regime non cadrà, checché ne dicano i partigiani della libertà, data la base sociale su cui si regge, nonostante le spaccature interne e le fanfare mediatiche, nonostante la fine della guida suprema. L’aggressione aperta, in barba a ogni diritto internazionale come da prassi, lo rafforzerà o l’affosserà? Questa è la scommessa dei due compari, mentre il mondo sta a guardare, schierandosi da una parte o l’altra. Dimentico che in un gioco a perdere poco importa da che parte stare.
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