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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Trump</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Cuba, la guerra infinita</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 14:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba-la-guerra-infinita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10789" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok-300x200.jpeg" alt="Cuba2ok" width="300" height="200" /></a></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito?</strong><span id="more-10788"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’isola è allo svuotamento dei posacenere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il tradimento venezuelano</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l&#8217;armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La rivoluzione non è più moneta spendibile</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano, oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il buon gioco di Donaldone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici chavisti passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote, le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, , in prima fila nel codazzo dei servi, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Questione di tempo, o di un miracolo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco &amp; tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce mediatiche. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Trump e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un miracolo pure per la Madonna nera di Cuba.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>vedi anche: 2002, cartoline da Cuba: <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/" target="_blank">https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/</a></em></p>
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		<title>La pace farlocca</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pace-farlocca/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/06/Evian.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10763" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/06/Evian-300x200.jpeg" alt="Evian" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole</strong><span id="more-10762"></span></p>
<p>Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale nella cittadina al confine franco-svizzero, da formalizzare oggi a Lucerna, è una pace che prepara la guerra, al di là chi abbia vinto quella appena conclusa. Ché le guerre, diversamente da quanto sosteneva il Che, si perdono sempre. Questa poi ha tanti di quei sedicenti vincitori che si fatica a capire chi l’abbia persa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il bel carrozzone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma prima di toglierci il sassolino dallo scarpino diciamolo: il carrozzone politico mediatico sa il fatto suo, i reggitori del mondo ci sanno fare, han gusto. Bella la cittadina sul lago Lemano dove ai crocicchi spiccano i Flottins, magnifiche sculture fantastiche di legno spiaggiato, e il turista paga una bottiglietta della nota acqua quanto un pranzo in trattoria, salvo scoprire, un po’ discosta, una fontanella liberty dove se n’abbevera gratis. Magnifico il Burgenstock, megalbergone di Lucerna con vista sul lago dei Quattro cantoni dove avrebbero dovuto attovagliarsi i contendenti per la firma degli accordi di pace, ma chissà, il personale di servizio resta in attesa degli illustri ospiti e le camere dove hanno dormito Kissinger e Sean Connery, per dirne due, vuote. Nel Libano gl’israeliani continuano allegramente a bombardare – e a perdere uomini e ufficiali, come il tenente colonnello carrista Ben Simhon, buon ultimo, nella notte – e gli europei in lista d’attesa per sminare le acque di Hormuz. Insomma l’ennesima tregua per modo di dire o pace farlocca, per ora.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> Chi vince, chi perde</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non sono bastate a Usa e Israele due guerre in un anno e un conflitto endemico, attacchi terroristici a josa, a piegare l’Iran. Il regime degli ayatollah non solo ha resistito, ancorché decapitato ai vertici, ma è più saldo che mai. Le piazze in festa per le bombe liberatrici e la grancassa mediatica si sono zittite, i difensori dei diritti umani e delle donne a oltranza tacciono. Tutti pronti a riaccendersi a comando al prossimo bombardiere in volo pro democrazia. L’Iran non solo ha resistito, ma ha sparecchiato benbene le difese congiunte degli aggressori e degli alleati nel golfo. Il traffico di petroliere e gasiere a Hormuz s’è riaperto – non s’è mai capito, o meglio s’è capito benissimo chi ci guadagnasse davvero a tenerlo chiuso – senza pedaggio come volevano gli iraniani a rimborso delle spese di guerra, ma si sono tolte le sanzioni pluridecennali e sbloccati i fondi all’estero e questo è un bel guadagno per loro. La bomba non l’avranno, l’uranio resta arricchito sopra la soglia del normale ma sotto quella necessaria agli usi militari. Del resto non la volevano manco prima, a differenza di quegli altri che ne hanno stoccate un bel po’, col marchio della stella di Davide, a garanzia di sicurezza e dominio, ma guai a dirlo. Teheran ha vinto, dunque? Solo panzane quelle dell’imperatore che proclama vittoria all’urbi e all’orbi e nessun limite al suo potere?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Iran, pietra d’inciampo sulla via di Pechino</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’Iran ha resistito all’aggressione della più grande coalizione che oggi minaccia la pace e l’umanità, dunque ha vinto. Lo ha fatto grazie alla determinazione non tanto del suo regime – parola in voga nell’Occidente – e nonostante le sue tante contraddizioni, ma per la forza di volontà che promana dalla sua storia, per la radice stessa della teocrazia invisa alla modernità occidentale. In una parola, per la forza morale e la tenuta psicologica, la tenacia fideistica persiana che seppe tener testa e battere persino Roma. Un aspetto che chi vede negli ayatollah meri conculcatori di libertà e vegliardi paludati di nero, rimasugli di un passato d’intolleranza e di terrorismo al presente, non può cogliere, accecato dall’ideologismo e dal fregnonismo dominante. Ciò nulla ha a che vedere coi meriti e la bontà di siffatto regime, che è tutt’altra cosa. Insomma, è come se l’Italia del ‘43 avesse resistito alle bombe angloamericane e ributtato a mare i liberatori – sic – e si fosse tenuta gloria, danni e regime. Concretamente, dunque, l’Iran ha dimostrato d’essere una pietra d’inciampo tosta almeno quanto la Russia, nelle magnifiche e progressive sorti del capitalismo trionfante eppur marcescente di qua e di là l’Oceano, sulla via di Pechino. Del resto c’è la manona cinese, via Pakistan, sotto la firma dell’ennesimo memorandum d’intesa, come ha ricordato implicitamente lo stesso imperator mundi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Khamenei come Pirro</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma, altrettanto concretamente, nulla cambia per Teheran: americani e israeliani lo tengono sotto punterìa, pronti a sventolare il baubau del nero ayatollah e bastonarlo alla bisogna. I suoi alleati più che mai. La bandiera con la stella di Davide sventola dalle macerie di Gaza ai nuovi insediamenti in Cisgiordania, dove quel che resta della Palestina è carne di porco. Dai sobborghi di Damasco, dove vige un regime terrorista – qui sì le parole non sono a caso – amico, alla valle della Bekaa, niente e nessuno sfugge ai voleri di Bibi e ai colpi di Sion. Dal Mar Rosso al caspio, dal Mediterraneo al Golfo già Persico, la grande Israele è una realtà, e nessuna pace farlocco cambierà le cose fino al prossimo botto che dal Medio Oriente incendierà il mondo. Se vittoria c’è stata, dunque, è una vittoria di Pirro. Khamenei avrà le sue statue in piazza, come il re dell’Epiro al centro di Arta, ma nulla cambia. A meno che.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> I due compari alla prova elettorale, sputi alla serva melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A meno che le elezioni che s’appressano in Israele e Stati Uniti non cambino le cose. Può darsi che in autunno oltre alle foglie cadano i due compari, o quantomeno ne escano fortemente ridimensionati nella loro protervia globale. Ma questa, ammesso che sia una realtà alle porte e non una pia illusione, sarà un cambio di forma, non di sostanza nella storia dei prossimi vent’anni. Il destino, come pure il declino, dell’Amerika imperiale è dato, quale sia il suo reggitore: Osama il bombardiere, Rimbambiden, Donaldone o chi sarà. L’ossessione di Sion per la propria esistenza, per la salvezza del popolo eletto da Dio, non cambierà a costo di piastrellare il mondo, indipendentemente da chi ne regga le sorti da Washington o Tel Aviv. Liberarsi dai liberatori e dai loro tristi burattinai e servitori resta l’imperativo categorico kantiano dell’umanità, ma non v’è traccia in questa corte di servi di chi possa raccogliere la bandiera della libertà, di Spartachi o Masanielli. E allora giojamo alle mattane di Trump, pietiamo il selfie con Donaldone, facciamoci dileggiare e sputare in faccia dall’imperatore, salvo implorare perdono. Baciamo la mano che ci offende eppoi cambiamo canale sgranocchiando un popcorn. Non senz’aver plaudito all’orgoglio ferito della serva melona e all’armata brancameloni che gagliardamente regge.</p>
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		<title>Il bisunto del Signore</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Metodo o follia? I miracoli di Trump, alias Donaldone I, novello messia dell’israelismo, aspettando Giuda La prima volta non è andata benissimo. Vuoi perché non tutti l’avevano capito, a parte quella faccenda dei miracoli, vuoi perché tutto diceva fuorché di voler fondare una nuova fede, in parecchi prima si sono sgolati ad acclamarlo, poi gli hanno voltato le spalle al momento del bisogno. Pure il... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-bisunto-del-signore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/papa-Leone-XIV-1280x853.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10739" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/papa-Leone-XIV-1280x853-300x200.jpg" alt="papa-Leone-XIV-1280x853" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/MelonTrok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10740" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/MelonTrok-240x300.jpeg" alt="MelonTrok" width="240" height="300" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/Mappaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10741" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/Mappaok-300x200.jpeg" alt="Mappaok" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Metodo o follia? I miracoli di Trump, alias Donaldone I, novello messia dell’israelismo, aspettando Giuda</strong><span id="more-10738"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">La prima volta non è andata benissimo. Vuoi perché non tutti l’avevano capito, a parte quella faccenda dei miracoli, vuoi perché tutto diceva fuorché di voler fondare una nuova fede, in parecchi prima si sono sgolati ad acclamarlo, poi gli hanno voltato le spalle al momento del bisogno. Pure il procuratore della Giudea, Ponzio Pilato, alla fine rinunciò a capirci qualcosa e se ne lavò – letteralmente – le mani. Salvo poi, ancora in vecchiaja, dire che non poteva fare altrimenti, in una terra dove pullulavano più profeti che asini. Da allora, da un pajo di mill’anni in qua, chi lo mise in croce come falso profeta e non ne pianse la morte come figlio di Dio, aspettava la venuta del Cristo. L’unto, il prescelto del Signore. Quello vero. Per i cultori dell’israelismo, il culto sostitutivo dell’integralismo cristiano in voga alla Casa Bianca, quel momento è arrivato, la seconda volta è sotto gli occhi di tutti e neanche stavolta i miracoli fanno difetto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il primo miracolo: la voce ai muti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era dai tempi di Costantino, chiamato il grande da quella chiesa che contribuì ad affermare nel mondo, che un imperatore non s’immischiava in affari di fede. Ci aveva provato, è vero, in tempi più recenti Enrico IV, ma s’era dovuto ridurre al freddo e al gelo pietendo in quel di Canossa udienza al papa, previa raccomandazione della contessa Matelda. Costantino, gran carognone di tutt’altra pasta, a Nicea era dovuto intervenire al Concilio, in qualità di tredicesimo apostolo, per dirimere eresie e controversie cristologiche della nascente fede che frantumavano l’unità imperiale anziché cementarla. Trump, da par suo, non è intervenuto in tema di fede troncando di netto dispute e cavilli, ma ha detto al portavoce di Cristo che su certe faccende di pace &amp; bene è meglio non metta bocca. Per rincarar la dose il fido Vance ha ammonito che il vicario di Cristo deve fare molta attenzione prima d’affrontare questione teologiche. Oibò, mica basta essere papa per parlare di Dio, si lasci la cosa ai competenti: Donaldone I e la sua corte. E qui il novello Cristo, l’unto effigiato in tal veste dalla deficienza artificiale, il bisunto – nel senso di due volte unto – del Signore nell’immagine subito divenuta icona mondiale, ha operato il primo miracolo. Ha dato la parola al papa, suo conterraneo: quel Leone XIV che, a onor del vero, non è che abbia brillato finora in parole &amp; azioni, ricordandogli d’essere debitore nientemeno che del soglio papale. E il santo padre, coerentemente, ha ribadito che il suo principale non è di casa alla Casa Bianca.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il secondo miracolo: la verginità a chi non ce l’ha</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non meno eclatante il secondo miracolo: l’aver scacciato la serva Melona tra i fidi del seguito, provocandone un’alzata di scudi a difesa, la genuflessione dei critici ai suoi piedi. Era dai tempi del povero Bettino – un galantuomo, a paragone di tristi figuri dell’oggi – che un premier italiano non suscitava le ire dei padroni d’Oltreoceano. Cacciata dall’Eden di Washington per non essersi piegata a dovere ai desiderata dello studio ovale, la nostra non sapeva più a che santo votarsi. Per darsi un tono s’è aggregata alla compagnia di giro dei volenterosi – aridaje – che vogliono a tutti i costi accollarsi agli Usa per sminare lo stretto di Hormuz, nonostante Trump abbia detto chiaro e tondo di stare alla larga, e con essi la Nato, del tutto inutile al punto che medita seriamente d’uscirne, Dio lo voglia. Il quartetto del francese, dell’inglese, del tedesco e dell’italiana sarebbe una barzelletta migliore della gag del vengo anch’io, no tu no; più esilarante della pièce cabarettistica di Jannacci se non fosse emblematica della totale insipienza dei leader europei.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Strali e abbracci alla serva Melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">En passant, oltre a ricevere abbracci virtuali e solidarietà globale per essere colpita dagli strali dell’ex padrone, la serva Melona s’è buscata feroci critiche da parte di certo Solovyev, spacciato dal circo mediatico italiota per passaparola di Putin, all’indomani delle forniture di droni militari all’Ucraina. Anziché denunciare un accordo che mette l’Italia tra gli obiettivi leciti della reazione russa e snasare lo zampetto dei servizi, nostrani e di Kiev, nelle sparate a zero del polemista, anche qui baci &amp; abbracci alla reproba. Ma neanche la restituita verginità politica alla Melona ha mostrato il tocco taumaturgico di Donaldone. I veri miracoli, a benpensarci, sono altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il terzo miracolo: la pace in guerra</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">S’era abituato, il mondo, a guerre non dichiarate e panzane reiterate, mai a paci non dichiarate e balle reificate. Il novello Messia non ha solo riportato la guerra al centro dell’agone internazionale, facendosi beffe del diritto internazionale, ma ha rovesciato il noto assioma di Von Clausewitz. Non è più la guerra la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma è la sedicente pace la prosecuzione della guerra con altri mezzi. La tiritera dei colloqui in Pakistan ne è la cartina di tornasole. Stoppata la guerra del Golfo con una finta vittoria e un giro di chiacchiere a vuoto, gli Usa sono passati a bloccare, loro, le acque del Golfo. Blocco ventilato dal circo mediatico come migliore arma a disposizione dell’Iran, finora. Si reitera, anche qui, la boutade jannacciana, con ultimatum scaduti e rinnovati come saldi al supermarket; con le navi Usa che sminano lo stretto e prendono a cannonate o abbordano qualunque naviglio s’aggiri nei paraggi, ben fuori dalle acque del golfo Persico.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il quarto miracolo: il giojello della corona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gli israeliani, da par loro, continuano a fare terra bruciata in Libano, fino al Leonte, ribattezzato dai media Litani, dove non a caso passava la frontiera tra egizi e ittiti. La prosecuzione della guerra con altri mezzi: una pace mediatica, appunto. I Pasdaran possono cantar vittoria – meno Hezbollah – ma neppure loro hanno troppa voglia di menare le mani, in un paese semidistrutto. Se le navi iraniane vorranno continuare a girare indenni dovranno pagare dazio agli Usa, l’Iran riconvertire parte del suo export petrolifero in dollari, e pace fatta. Come già Venezuela e Messico ai danni di Cuba, in procinto di tornare tra le amorevoli braccia del fratello maggiore d’America. E questo sarebbe davvero il giojello della corona imperiale per Donaldone I, che già pregusta il successo e l’ennesimo miracolo. Per non dire dei miracolati veri, quei pochi milioni di seguaci dell’israelismo sparsi per il mondo – vedi mappa – che vedono inverarsi la Grande Israele sotto la guida suprema di Bibi, grande eminenza nera dell’imperatore, e nell’ultimo quindicennio hanno messo a ferro e fuoco il Medio Oriente, distrutto di riffe e di raffe sei paesi, manu militari o tramite rivoluzioncine primaverili, provocato un genocidio e sono spacciati per martiri da venerare, nella religione detta olocaustica da Costanzo Preve.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il gran miracolo: il mondo resta a guardare</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Buon ultimo, il gran miracolo di Donaldone è il mondo che resta a guardare e sommessamente a frignare. La Russia è impantanata in una guerra senza capo né fine, l’Europa in una follia bellicista e una recessione economica scatenata da un imperatore che i suoi sciocchi vassalli continuano a osannare anziché rovesciare. La Cina, coerentemente ai suoi trascorsi filosofici, resta impassibile. Spera forse che l’Occidente si sbrani lasciandola in pace, confida nell’immane debito Usa nelle sue mani, aspetta il momento giusto per partecipare alla festa del raccolto, ma anch’essa pare toccata dal miracolo, avvolta dalla luce di Trump. Se l’impero è marcio e l’imperatore folle, c’è del metodo in questa follia. Eppoi i pazzi, si sa, sono la voce di Dio. Allora, libera nos a malo, Domine, per dirla come il Paternoster e Menghinello. Ma all’orizzonte non si vede neppure un Giuda capace d’inverare la passione, né chi irrompa nell’orto e ci liberi dal male, metta fine ai miracoli. Il miracolo vero.</p>
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		<title>Senza tregua</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 10:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi vince e chi perde nel conflitto in Medio Oriente e cosa aspettarsi dai negoziati aperti in Pakistan Se non fosse l’ignobile filmaccio che è stato, Senza tregua potrebbe essere preso a paradigma dello stop alla guerra che infiamma il Medio Oriente e con esso il mondo. Se non fosse la tragedia che è, la tregua sancita tra Usa e Iran con la mediazione del... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/senza-tregua/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/manifestazione.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10734" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/manifestazione-300x169.jpeg" alt="manifestazione" width="300" height="169" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi vince e chi perde nel conflitto in Medio Oriente e cosa aspettarsi dai negoziati aperti in Pakistan</strong><span id="more-10733"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Se non fosse l’ignobile filmaccio che è stato, Senza tregua potrebbe essere preso a paradigma dello stop alla guerra che infiamma il Medio Oriente e con esso il mondo. Se non fosse la tragedia che è, la tregua sancita tra Usa e Iran con la mediazione del Pakistan, subito spezzata da Israele, potrebbe derubricarsi a ennesimo bluff di un conflitto senza capo e molte code. Invece non c’è pace tra i cedri, e neppure nel Golfo Persico, a dispetto di tregue reali o presunte tali, parafrasando un altro film, tra i maggiori del neorealismo, di Giuseppe De Santis. Alla vigilia della cancellazione della civiltà persiana, del ritorno dell’Iran all’età della pietra promesso da Trump, con il ricorso all’atomica come estrema ratio, sua maestà Donaldone I accetta il pacchetto (paccotto?) offertogli dagli iraniani per far cessare i bombardamenti. Tutti gli obiettivi militari sono stati raggiunti e superati, assicura adesso Big Don, e si può tranquillamente trattare coi “fottuti bastardi” che fino a poche ore prima si volevano cancellare dalla faccia della terra e dai libri di storia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi dà le carte nel gioco a perdere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Bibi non ci sta e scatena sul Libano i bombardamenti forse più massicci della sua storia, tanto per far vedere chi dà le carte nel gioco a perdere scatenato dai due compari. E mentre il fu paese dei cedri piange altre migliaia tra morti e feriti, triste pedaggio all’ennesima spinta espansionista sionista spacciata per sicurezza nazionale contro quel che resta degli hezbollah filoiraniani, a Islamabad s’aprono i negoziati sui dieci punti proposti (imposti?) dagli iraniani per il cessate il fuoco. Una base trattabile, assicura il presidente Usa. L’ennesimo spariglio del mazzo da parte di un imperatore ormai fuor di senno, come il macellajo di tel Aviv a cui tiene bordone? Non a caso a Washington c’è – persino tra i fedelissimi – chi rispolvera la “teoria del pazzo” di Nixon per dire che è ora di farla finita con simili boutade. Ma dopo 38 giorni di una guerra dove nulla tornerà come prima, cosa resta sul campo? Chi sono i vinti, chi i vincitori, per ora? E soprattutto, che accadrà in Pakistan e nel mondo?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I dieci punti della discordia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Già le medaglie in petto sulla grisaglia verdenazi e la faccia d’Asim Munir, bel ceffo di feldmaresciallo a capo delle forze armate e già prima dei servizi segreti pakistani, la dice lunga sui mediatori e sulle finalità della tregua dietro cui si muovono ombre cinesi. Due settimane di sospensione dei bombardamenti in cambio di dieci punti. In sintesi: stop all’aggressione, revoca delle sanzioni economiche e abrogazione di quelle sancite dal Consiglio di sicurezza Onu, accettazione del programma di arricchimento dell’uranio a fini civili, controllo iraniano sullo stretto di Hormuz, pagamento dei danni di guerra, ritiro delle forze Usa dalle basi del golfo, cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusi quello yemenita e libanese su cui Netanyahu fa orecchie da mercante. Se su quest’ultimo punto, già violato, s’annuncia il braccio di ferro tra i due compari, oltre che tra i contendenti, il resto non è così facile da digerire e soprattutto da spacciare per successo per gli Usa, ammesso che il negoziato vada in porto. Più che di vittoria, come strombazza Trump, parrebbe un pari e patta che ha il sapore della sconfitta per Donaldone e i suoi scherani.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dove casca l’asino occidentale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gli Usa, e obtorto collo Israele, sono stati costretti al tavolo della tregua – non certo della pace – forse perché hanno colpito i 13mila obiettivi stabiliti dalla deficienza artificiale o piuttosto perché bombe e missili sono prossimi a esaurirsi mentre gli arsenali iraniani sono ancora mezzi pieni e di questo passo c’è il rischio di non avere più nulla da opporre ai loro razzi e droni? Per Big Don sono stati un tale successo, questi 38 giorni di guerra, da vedere le basi Usa del Golfo operativamente distrutte, le infrastrutture energetiche degli alleati del golfo a pezzi e il traffico marittimo al collasso, con pesantissime ripercussioni a livello globale. E qui casca l’asino e il fardello dell’Occidente alla canna del gas: lo stretto si riaprirà, ai pasdaran piacendo, previo pedaggio da spartirsi con l’Oman, a rimborso dei danni di guerra. Non certo un vantaggio per le petroliere e le gasiere che attraverseranno lo stretto e per le tasche di tutti. Ma se nei paeselli in India e in Cina hanno sostituito i combustibili fossili con l’atavica merda di vacca, le cose vanno e andranno sempre più maluccio per noialtri occidentali, indipendentemente dall’esito dei negoziati.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Povera Italia, serva sciocca alla catena</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Soprattutto per le tasche dei poveri italiani, anello debole e servi sciocchi alla catena, preoccupati più di un eventuale ripescaggio ai mondiali ai danni dell’Iran che di toglierci dai guasti d’una servitù senza fine. Tantomeno dei missili piovuti sulla base di Erbil o sui mezzi Unifil nell’inferno libanese. Quanto al paese degli ayatollah, semidistrutto dai bombardamenti, chiunque non sia asservito o in malafede vede come abbia tenuto botta sotto le bombe. Si può decapitare la testa, ma il regime affonda le sue radici in profondità sociali e culturali che gazzettieri e guerrafondai da salotto neppure sognano. E qui arriva a soccorrerci la storia, la sua totale inutilità. Se la conoscessero generaloni e teste calde, per non dir altro, e chi espone in bellavista bandiere dello scià, avrebbero saputo che la resilienza militare e la difesa modulare dei persiani non ha pari, dai tempi delle aquile imperiali romane che tentarono di soggiogarli. Crasso pensava che la conquista della Persia fosse uno scherzo per le sue legioni, finché a Carre prese la sveglia e perse la testa. Ma una testa l’aveva, il console che s’era fatto straricco facendo abbruciare le insule dei poveracci. Che l’abbiano certi novelli imperatori che incendiano il mondo è lecito dubitarne, fuor di pazzia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi governa davvero l’America e il mondo?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Dopo la presidenza d’un povero demente, Rimbambiden, al paese che s’ostina a non recedere dalla sua volontà egemonica tocca d’essere guidato da uno scellerato ancora più furioso, e questo dovrebbe dirla lunga su chi governa davvero l’America, e il mondo che più non è né sarà, dopo questa guerra. E mostrare infine il vero volto di chi l’ha scatenata manu militari, Netanyahu, per brama di potere e salvaguardia delle proprie terga. Spiace dirlo ma le sue responsabilità non sono scindibili da quelle del paese che ha portato all’apice della potenza globale. Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, e soprattutto con il suo strapotere finanziario, mediatico e tecnologico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero. Parole forti che rievocano altri drammi e tragedie epocali? Certo. Ma davanti al lenzuolo funebre srotolato al Verano di Roma, coi nomi dei 18mila bambini palestinesi massacrati dai sionisti dal 2023 a oggi si deve, una volta per tutte, smetterla di pagare dazio alla vulgata dei massacratori e alla fola dei liberatori. Sarà piuttosto il caso di liberare la terra che ha dato i natali a Cristo da chi la tiene in ostaggio e noi con essa, o soccombere ai macellaj di turno. In nome della libertà, s’intende. </span></p>
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		<title>No kings, no party</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni sul movimento globale sceso in piazza per dire no alla deriva autoritaria e guerrafondaia Vedi come va il mondo. Uno non ha tempo di distrarsi che sbuca fuori la novità. Manco il tempo d’aprire gli occhi, d’alzarsi e stiracchiarsi e già casca dal letto, trascinato dall’onda d’urto del nuovo che, inesorabile, avanza e lo travolge. Neppure il tempo di riaversi dall’esito referendario che ha... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/no-kings-no-party/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Riflessioni sul movimento globale sceso in piazza per dire no alla deriva autoritaria e guerrafondaia</strong><span id="more-10728"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Vedi come va il mondo. Uno non ha tempo di distrarsi che sbuca fuori la novità. Manco il tempo d’aprire gli occhi, d’alzarsi e stiracchiarsi e già casca dal letto, trascinato dall’onda d’urto del nuovo che, inesorabile, avanza e lo travolge. Neppure il tempo di riaversi dall’esito referendario che ha azzoppato la Melona e la sua corte di guitti e lacchè, costringendo alle barricate e alla resa la pitonessa, alias Santanchè, e altri integerrimi figuri quali Andrea Delmastro Delle Vedove e Giuseppa Bartolozzi, e reso la maggioranza un po’ meno tale e tronfia, che già s’affaccia un moto di piazza da paura. Partorito bel bello, come avviene da un po’ di secoli in qua, dalla patria d’ogni libertà, dai liberatori per antonomasia d’ogni malefatta del mondo: nientemenoche dagli Stati Uniti d’Amerika. Hai visto mai che si tolga ai liberatori quella k che gli sta appiccicata dai tempi del Vietnam? Che gli sturacessi globali d’ogni nequizia planetaria abbiano davvero rialzato la bandiera della libertà, rappattumando dietro alle stelle &amp; strisce i suoi partigiani oltre che i sacerdoti del Vangelo secondo il dollaro? Ma andiamo, al solito, in ordine.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> Il compleanno di sua maestà Donaldone I</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era il 14 giugno 2025 – pochi mesi fa – quando nasceva nella patria d’ogni libertà il movimento No Kings. Non si tratta di nostalgici della rivoluzione americana, di fieri avversari di Giorgio III d’Inghilterra e delle sue giubbe rosse fuori tempo massimo, ma di un moto che prendendo le mosse dal compleanno di sua maestà imperiale Donaldone I, al secolo Donald Trump, decide di farla finita con ogni re, ogni potere costituito, monarchico o repubblicano che sia. Sotto l’egida d’una corona spezzata, simbolo del movimento, prende le mosse un moto planetario che in pochi mesi empie le piazze d’America (quella buona, senza K) e tracima oltreoceano. Perché – recitano i maitre à penser del moto – voi sarete pure re ma noi non siamo vostri sudditi. Contro la nuova deriva autoritaria e guerrafondaja sono scesi in piazza a centinaia di migliaja, di qua e dilà l’Atlantico. Se n’è avuta una prova generale oggi, 28 marzo, con la megasfilata in contemporanea a Londra e a Roma che ha trasformato le due capitali in una sarabanda liberatrice e multicolorata, e giù dal letto chi dormiva sodo.</p>
<p style="font-weight: 400;"> <strong>Alla sfilata c’erano tutti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Alla sfilata c’erano tutti: ogni frangia libertaria, ogni orpello d’opposizione, dai centri sociali alla sinistra woke, con buona rappresentanza di quella nostrana; dagli Schlein’s boys ai boy scouts. Roba da far urlare di dolore &amp; terrore ogni imbonitore di destra, farlo gridare allo scandalo e alla lesa maestà per i ritratti della Melona e di Nordio appesi a bruciare a testa in giù; stracciarsi le vesti per i cartelli che denunciavano Israele e Usa cancro dell’umanità. Persino una decina di ragazzotti di Casapound sono scesi in strada a giocare a pallone, a spregio di tanto movimento e presidio democratico. E non è finita qua, tutt’altro: “Ci stiamo organizzando per essere anticorpi democratici”, spiega Federica Borlizzi, ricercatrice della Fondazione Feltrinelli e attivista per i diritti dei migranti. Perché il movimento non ha una testa, è fluido e magmatico come tutto ciò che sa di nuovo. L’unica certezza, per tutti, è che questa deriva porta alla catastrofe.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Come sarebbe bello se </strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Come sarebbe bello se – cantava Bennato – tutto ciò fosse non diciamo vero, ma reale. Se cioè stessimo assistendo alla nascita dal basso d’una rete capace d’unire ogni opposizione ai poteri ultraforti che stanno piastrellando il mondo, alla merda spacciata per cioccolata che ogni giorno i media ci propinano per aiutarci a ingoiare. Alla nascita di un fronte comune di pace contro i fronti di guerra, capace di dire basta ai riarmi e ai soprusi, trasformando le parole vuote dell’Agenda 2030 che ci seppellirà in parole forti e azioni concrete contro un sistema di potere globale. Come sarebbe bello, e sperabile, se davvero assistessimo a una nuova primavera di bellezza, al risveglio dalla marcescenza strutturale dell’Occidente larvale. Ma il vecchio grillo parlante che non cessa di frinire in me dice: attenzione, mai fidarsi di parole d’ordine – con la kappa maiuscola, perdipiù, a spregio della semantica – e moti di piazza che nascono Oltreoceano, sono false come bajocchi di stagno e buoni solo per creare massa di manovra da zittire o deviare al momento opportuno. Attenzione alle fuffe, prima che alle truffe, dice il grillo. E qui mi taccio e vado in cerca del martello da dargli in testa, come Pinocchio. No kings, no party. Evviva la festa. </span></p>
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		<title>Una lunga settimana di passioni</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 18:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il punto sulla guerra in Iran e quella che verrà se l’Europa e il mondo non si libereranno dei liberatori Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/una-lunga-settimana-di-passioni/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Il punto sulla guerra in Iran e quella che verrà se l’Europa e il mondo non si libereranno dei liberatori</strong><span id="more-10708"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale. Tralasciando quest’ultimo aspetto in chiusa, facciamo il punto su cosa è successo sotto e fuori dai riflettori, sul campo e altrove.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Occhio alla cabala</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Come già nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno – stando alla cabala, dopo quella dei sei giorni nel ‘67 questa potrebbe durarne 24 – si è sparacchiato nei due sensi buona parte dell’arsenale disponibile. Al punto che i missili scarseggiano pure nel fornitissimo arsenale di Bibi &amp; Big Don e quest’ultimo, bontà sua, ha dovuto mandare i “vecchi” bombardieri B52, con le loro bombe di penetrazione, per stanare i lanciamissili iraniani dai loro bunker sotterra. Al di là della carenza d’armi nei due schieramenti che tanto appassiona gli esperti da salotto, gli Usa continuano a martellare il possibile e gli orfani dell’ayatollah replicano fin dove possono, negli stati contigui e nel mezzo dello stretto dove passa un bel po’ del greggio mondiale. Con effetti devastanti per la traballante economia europea già provata dalla guerra in Ucraina e le tasche di tutti. Gli eredi di Khamenei dopo l’iniziale ammuina che ha sforacchiato le difese delle basi Usa nel Golfo, hanno dichiarato che non ostacoleranno alcun transito e non attaccheranno più i cattivi vicini, togliendosi dall’arco le frecce rimaste e mostrando quanto siano disponibili a porgere l’altra guancia e il resto pur di leccarsi in pace le ferite. Mojtaba, il figlio del defunto ayatollah che ne ha ereditato il posto, ha le stesse possibilità di sopravvivenza di un sorcio in un cat cafè. Alla Casa Bianca si canta già vittoria e si preannuncia che, caschi il regime o meno, nessuno che non sia gradito durerà più d’un gatto in tangenziale, tanto per restare in tema. Magari un erede di quello scià che fu il miglior alleato d’Israele e Usa nel Golfo, e anche perciò cadde. Il modello Venezuela fa scuola, insomma.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le novità, tra cronaca e storia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Più che sul campo di battaglia, però, le novità vengono da fuori. È già storia<a href="https://www.facebook.com/watch/?v=1624640632209725" target="_blank"> il video</a> di Donaldone I assiso in trono, attorniato dai suoi dignitari che, mani sulle spalle, pregano perché Iddio conceda all’imperatore salute e vittoria. Resta confinata alla cronaca, invece, e all’umana miseria per la quale la malattia mentale si traveste da volontà di Dio, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9fH9aJqamq0" target="_blank">la hit Batti &amp; colpisci</a> della ministra della fede Paula White. Una bella tipa che sembra generata dalla medesima deficienza artificiale che seleziona i bersagli da colpire in Persia, e forse lo è. Neanche il ministro della Guerra Pete Hegseth se la passa male a castronerie – ma almeno lui, si sa, ogni tanto dà fondo alla bottiglia e questo con quel che Dio vuole c’entra poco. Certo è che se i fanatici sono quegli altri col turbante nero, chi li combatte se la passa mica male.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tafazzi d’Europa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Di tutt’altra pasta i leader europei, ancorché flaccidi e imbelli, come l’ha etichettati Netanyahu. Prendi il segretario della Nato, il norvegese Mark Rutte, re dei Tafazzi d’Europa. Neanche il tempo di riaversi dai ceffoni ricevuti dall’imperatore sulla Groenlandia, affaire tuttora in corso, che ha tenuto a precisare che la guerra, pur non essendo affare dell’Alleanza, la vuole senz’altro schierata dalla parte di chi vede negli europei un branco d’utili idioti, e il mondo un posto migliore senza Khamenei. Vedi il premier inglese, Starmer, capofila della categoria sunnominata, che per non restare indietro, con sprezzo del buon senso e della semantica fornisce ai bombardieri Usa le basi per la loro guerra “difensiva”. Vedi Macron, bel tipo di liberale europeo. Manco sta nella Nato, la Francia, dai tempi di De Gaulle, che dona le chiavi della base navale di Marsiglia ai due compari e mandato il gioiello della flotta, la portaerei omonima, a Cipro tanto per essere della partita. Nell’isola, estremo lembo d’Europa, fanno rotta tutte le marine dell’Europa libera – gli inglesi ci stanno già di casa – Spagna e Italia comprese.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Pedro Schienadritta e la Melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Se il premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez ha mostrato, almeno a parole, d’avere la schiena dritta davanti alle minacce dell’imperatore, la Melona, bell’esemplare di destra nostrana, con fermezza tutta italica ha chiarito che il nostro paese non è in guerra e le nostre basi non sono disponibili. A meno che non ce le chiedano. Niente, va detto, a confronto delle perle di saggezza distribuite ai media e al volgo dai nostri ministri degli Esteri e della Difesa. Tajani ha consigliato agli italiani d’Oriente di non sostare sui balconi quando passano i droni; l’altro colto alla sprovvista a Dubai non si sa ancora a fare cosa e informato dei fatti dalla tivù, a riprova di come nessuno conti più di noi nello scacchiere internazionale, nonostante le zerbinature dei nostri ai diktat d’oltre oceano, ha ribadito che quella Usa non è una guerra secondo le regole del diritto internazionale. Ma noi tireremo dritto e chissenefrega, secondo la migliore tradizione italiota e alla faccia delle anime belle. In chiusa, torniamo all’abbrivio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I punti fermi della guerra in corso</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dalle passioni della settimana emergono chiaramente alcuni punti. Primo: la guerra durerà, a Dio e al duo piacendo, fino all’annichilimento delle residuali capacità belliche iraniane. Secondo: questa risolverà in maniera radicale i diritti conculcati delle donne iraniane, come dimostra la scuola femminile rasa al suolo e oltre il centinaio di bambine uccise, figlie di pasdaràn, e libererà gli iraniani, almeno i sopravvissuti. Terzo: quanto al cambio di regime, senza ombra di dubbio ogni iraniano di buon senno, come le dozzine di ragazzotti che hanno ballato sul molo di Trieste mentre i loro connazionali venivano trucidati sulle note della macarena – non vede l’ora di sostituire ai ceffi col turbante nero l’effige del macellajo di Sion. La stella di Davide apportatrice di libertà come l’altre assieme alle strisce, invece della sanguinaria spada dell’Islam. Quarto: Israele è a un passo dal divenire quel che nemmeno nei sogni più grandiosi di Herzl poteva aversi: il dominio pressoché assoluto sull’intero Medio Oriente, se non sul mondo, grazie al suo compiacente padron servente. E Netanyahu, checché ne dicano gli acchiappanuvoli, passerà alla storia come lo statista che ha realizzato il sogno della grande Israele. Costi quel che costi e crepi Sansone con ogni filisteo. Corollario a questo punto è lo spettro, sempre più materico, d’una terza guerra mondiale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Lo spettro materico della guerra che verrà</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il dado è quasi tratto. Nessuna guerra, checché ne dicano i manuali, è iniziata in un giorno. La prima non è cominciata a Sarajevo, non la seconda sul confine polacco. Ogni guerra, mondiale o in quanto tale, è preceduta da conflitti più o meno celati, più o meno laceranti, per esplodere con un casus belli buono per i libri di storia. E noi italiani abbiamo sempre avuto un ruolo decisivo nell’innescare la miccia. Fortuna vuole che stavolta al governo vi siano tali pagliacci da disinnescare il pericolo, ma anche dal ridere si può morire. Si ha un bel ridere di Donaldone, dei suoi crimini e delle sue mattane, della pochezza del ceto dirigente d’America come d’altrove, fatto è che nessuno sfugge al proprio destino. Persona, paese o impero che sia. Il destino dell’impero amerikano è in quel batti &amp; colpisci ripetuto come un mantra dalla trista ministra della Fede Usa. Trump come Rimbam Biden, prima di lui Osama, i due Bush eccetera, lo sanno. Non c’è pace se vuoi colpire i tuoi nemici, battere la Cina, non essere costretti a dividere la torta del potere mondiale coi musi gialli e chissà chi altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La logica del potere imperiale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non era diverso ai tempi dell’impero romano: Traiano arrivò a Babilonia e sul Bosforo, Adriano dovette fare marcia indietro ma la sostanza dell’impero non cambiò. Finito d’espandersi cominciò a perdere pezzi e divorare sé stesso, fino a quel capolavoro d’insipienza politica di Diocleziano che si rivelò un rimedio peggiore del male che pretendeva curare. Mutatis mutandis, nulla muta nella logica del potere imperiale, del potere in quanto tale. Il destino dell’Amerika imperiale è segnato dalla storia, come quella di qualunque impero, ma non per questo eviterà a sé stessa e al mondo lacrime e sangue, con la pretesa di dargli benessere e libertà, sotto l’occhio vigile dei media compiacenti e dei servitori di turno. Neppure Cuba, antico sogno di rivincita yankee, potrà salvarsi da tanta grazia. Donaldone ha già promesso di riportarla nell’alveo della libertà. Dai ghiacci della Groenlandia al sole dei Caraibi, tutto un tripudio di stelle &amp; strisce, dal Nilo all’Eufrate una sola stella di Davide, nel deserto d’intorno. Un deserto chiamato pace, per dirla come Tacito. È tempo di liberarsi da tali liberatori, ma non saranno gli asserviti d’Europa a farlo.</p>
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		<title>I due compari all’ultimo botto</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 21:35:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Israele e Usa avviano la soluzione finale per l’Iran. Le novità di una vecchia partita ammantata di libertà Vedi come va il mondo. Manco il tempo di celebrare il quarto anniversario d’una guerra che nessuno sa vincere o vuole perdere, che s’apre un nuovo conflitto nella guerra infinita destinata a ridisegnare il mondo a venire. Neanche il tempo di vedere come va a finire Sanremo, che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/i-due-compari-allultimo-botto/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Israele e Usa avviano la soluzione finale per l’Iran. Le novità di una vecchia partita ammantata di libertà</strong><span id="more-10702"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Vedi come va il mondo. Manco il tempo di celebrare il quarto anniversario d’una guerra che nessuno sa vincere o vuole perdere, che s’apre un nuovo conflitto nella guerra infinita destinata a ridisegnare il mondo a venire. Neanche il tempo di vedere come va a finire Sanremo, che il carrozzone mediatico è costretto a spostare i riflettori, il pubblico a sorbire ben altro spettacolo. Come promesso da tempo, è ripartita la caccia all’ayatollah in nome della pace globale e dei sacrosanti diritti d’un popolo oppresso. Per dare la spallata finale al regime iraniano l’asse dei buoni s’è unito nella santa crociata volta a farla finita una volta per tutte col male in terra. Il ruggito del leone, l’anno chiamato gli strateghi del warfare con quel gusto tutto particolare dei titolisti di guerra. Resta il dubbio se il riferimento sia al ciuffo impertinente del presidente Usa o al ruggito del macellajo di Tel Aviv, ma tant’è. E mentre i dotti discettano su come andrà a finire, se Barbabianca casca o s’arregge, il pubblico alla balconata fischia e plaude, col coro dei servi più o meno utili &amp; sciocchi a unirsi alla crociata. Solo la guerra può estirpare il cancro iraniano, strilla Sallusti con l’usuale senso della misura, dando il là alle schiere dei guerrieri da salotto pronti alla gran pugna. Niente di nuovo sotto al sole. Solo, a missili in volo e botti in corso, qualche noterella.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le novità di una vecchia partita</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’ennesimo round della partita contro Teheran si muove sulla falsariga dei precedenti, con qualche nuova. Neanche il tempo di dichiarare fallite le trattative in corso sulla denuclearizzazione dell’Iran con gli inviati Usa che Tel Aviv s’è portata avanti, attaccando di sabato – una novità, anche per i pii israelioti – un centinaio di siti iraniani. A dar loro copertura e manforte una grossa forza militare Usa degli ultimi tempi, due portaerei e vari incrociatori le unità maggiori, stazionate nel Golfo e nel Mediterraneo allo scopo, da settimane. L’idea, neanche celata, è quella di dare una spallata al regime finché questo non cadrà. Non si tratta dunque – altra novità – d’una guerricciola di breve corso, d’una botta e via come le precedenti e l’ultima di giugno. Stavolta le operazioni militari andranno avanti fino alla soluzione finale, a sentire il duo dei liberatori. Per non farsi mancare niente Bibi arraffa nel frattempo quel che ancora manca alla grande Israele nella West Bank e altrove. Teheran, da parte sua, risponde come sa e come può: sparacchiando un po’ a casaccio sulle basi Usa nell’area e su Sion. Khamenei è dato per morto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le carte buone del mazzo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Le novità suaccennate s’inseriscono nel chiaro tracciato del potere globale, perfezionato dall’amministrazione Trump rispetto alle precedenti. Spazzato via il perfido Assad dalla Siria e ingabbiato il vieppiù perfido Maduro, col sovrappiù d’aver acquisito le risorse energetiche nei due paesi, l’impero può pensare alla spallata finale contro il regime che rappresenta il boccone petrolifero più ghiotto e l’ultimo ostacolo al mantenimento dell’assetto geopolitico attuale: il contenimento della Cina a rango di potenza regionale. La partita grossa coi musi gialli, come ben sanno gli strateghi a stelle e strisce, si giocherà entro la metà del secolo e per ora le carte buone del mazzo sembrano le loro. Se Teheran cadrà ai cinesi resteranno le scartine, Big Don e Bibi saliranno assieme sul carro dei vincitori da veri imperatori, senza manco un servo a sussurrargli all’orecchio che dopotutto sono mortali, come nell’antica Roma. Ancora una spintarella e pure Cuba, l’ultima perla, potrà essere infilata nella collana dei liberatori. E i ghiacci della Groenlandia si scioglieranno al loro sole. All’Europa vassalla il compito di contenere l’orso russo in Ucraina.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un gioco a perdere</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se la via per Pechino passa da Teheran, il cambio di regime s’impone e non c’è scampo, né rischio che non valga la pena correre. Chi si ferma perde tutto. Però la partita, truccata sotto la luce della libertà, ha un rischio come ogni azzardo. Per ora il dominio Usa è tutto sommato fermo ai tempi della talassocrazia ateniese. Viene dal mare, si concentra sulle portaerei. Missili e bombardieri possono molto, non tutto. Senza un intervento di terra, senza che la gente si ribelli davvero, la tiritera andrà avanti all’infinito, come nell’olocausto palestinese. E forse è proprio questo che vogliono Bibi &amp; sodali. Lo spauracchio del nemico permanente, da battere a piacimento, il terrore costante per non perdere il potere e l’immunità, a salvaguardia dei guai giudiziari. Quel che è certo è che senza una guerra civile il regime non cadrà, checché ne dicano i partigiani della libertà, data la base sociale su cui si regge, nonostante le spaccature interne e le fanfare mediatiche, nonostante la fine della guida suprema. L’aggressione aperta, in barba a ogni diritto internazionale come da prassi, lo rafforzerà o l’affosserà? Questa è la scommessa dei due compari, mentre il mondo sta a guardare, schierandosi da una parte o l’altra. Dimentico che in un gioco a perdere poco importa da che parte stare.</span></p>
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		<title>Il multipolarismo può attendere</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 14:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La soluzione finale di Trump per Maduro e il Venezuela: un vecchio bastone per il mondo nuovo Chissà se stavolta qualcuno proporrà Donaldone al Nobel per la pace o la candidatura può attendere. Chissà se qualcuno non dirà che beh, sì, l’operazione è discutibile, rapire qualcuno in camera da letto in piena notte non è una bella cosa, ma cosa non si farebbe per la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-multipolarismo-puo-attendere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/01/Machaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10695" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/01/Machaok-300x169.jpeg" alt="Machaok" width="300" height="169" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La soluzione finale di Trump per Maduro e il Venezuela: un vecchio bastone per il mondo nuovo</strong><span id="more-10694"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Chissà se stavolta qualcuno proporrà Donaldone al Nobel per la pace o la candidatura può attendere. Chissà se qualcuno non dirà che beh, sì, l’operazione è discutibile, rapire qualcuno in camera da letto in piena notte non è una bella cosa, ma cosa non si farebbe per la democrazia e la vittoria del bene sul male, eppoi Maduro è proprio un cattivone e ben gli sta. Certo è che dallo e dallo se piega pure lo metallo, come recita l’adagio. Come a Grenada nell’83, come a Panama nell’89, e ovunque dal Cile al Nicaragua, gli Usa ribadiscono nel modo più palese e diretto la loro supremazia tecnologica e continentale. Aggiornano la dottrina Monroe – l’America agli americani, ai quali l’ha donata Dio in una versione extralarge della Terra promessa a Israele – e del Big stik di Rooseveltiana memoria. Il grosso bastone, dietro al largo sorriso, col quale colpire senza requie chi si mette di traverso. Erano i primi del secolo scorso quando il buon Teodoro la teorizzò, agitando il nodoso bastone davanti alla flotta anglo-tedesco-italiana che minacciava di fare rotta verso il Venezuela per convincerlo a pagare i suoi debiti, secondo l’usuale politica delle cannoniere in voga al tempo. En passant, tra i creditori in armi c’era pure l’Italietta, che oggi si defila con l’usuale non si fa ma è giusto, a riprova del modo tutto italico di stare sempre col piede in due staffe, quale sia il regime e il colore, pur di servire gagliardamente il padrone. Ma veniamo all’accaduto, al vecchio bastone del mondo nuovo e alle conseguenze dell’ennesima bastonata a stelle &amp; strisce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una sorpresa attesa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Prima di tutto il raid. Preparato da mesi, da decenni, per riportare i reprobi di Caracas nell’orbita statunitense. Portato a compimento dall’unità d’elite dei commando Usa, quella Delta force già distintasi nelle due sopracitate azioni di polizia continentale, come in ogni operazione internazionale portata buon fine, dagl’iniziali fiaschi di Teheran e Sigonella in poi. Un colpo, il rapimento del presidente in carica venezuelano e signora, tanto spettacolare quanto sorprendente, ma non inatteso. Preannunciato da settimane di guerra sporca nelle acque del paese sudamericano in nome della lotta al narcotraffico che ha imposto, di fatto, un blocco all’export di petrolio verso paesi terzi, in primis Cina e Russia. Anticipato da bombardamenti su obiettivi cosiddetti sensibili, quali caserme e aeroporti, quartieri e acquartieramenti dei fedelissimi e il monumento a Chavez. Sorprende, in tutto ciò, non tanto il fatto in sé, reso possibile da un mix di fonti interne – cioè spie – e tecnologie di controllo che permettevano di vedere dove fossero e cosa facessero Maduro e consorte, per essere prelevati in tutta sicurezza nella loro camera da letto, nell’alba di Caracas. Eh sì che la coppia cambiava spesso dimora per parare tali eventualità.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La soluzione finale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sorprende piuttosto che la famosa guardia del corpo presidenziale non si sia vista all’opera, che l’attacco sia avvenuto senza la minima perdita, solo un elicottero colpito di striscio e un paio di feriti. Quasi a far mostra che un minimo di resistenza doveva pur esserci, per il buon esito dello spettacolo. Sorprende soprattutto che russi e cinesi, per non parlare di cubani &amp; colombiani, che pure hanno begli interessi in loco, non abbiano battuto ciglio al di là delle contumelie di rito, né dato una mano al loro protetto, perdendo così d’un colpo un fido alleato e un pozzo quasi senza fondo di greggio prezioso. Un successo completo per Trump, degno dell’arguzia con cui è stata battezzata l’operazione: Absolute resolve, quella soluzione finale che anche nel nome sa di nazismo ma guai a dirlo, ohibò, è l’Amerika portatrice di sogni e libertà, e peste colga chi ne dubiti e dissenta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La fine dello chavismo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Così l’erede di Chavez e donna Cilia Florez hanno iniziato il nuovo anno con un soggiorno nel penitenziario di Brooklin, per essere giudicati a breve nel cuore di Manhattan con un processo che si preannuncia pur’esso spettacolare, per traffico di droga e simili facezie. Un movente burletta, fuffa buona per sagaci gazzettieri ma qualcosa bisogna pur dare in pasto al pubblico sulla balconata. Ma Donaldone oltre che giusto è sincero e non si perde in chiacchiere. Lui l’ha detto chiaro e tondo, checché ne dicano i soloni dei media e i commentatori a comando: l’abbiamo fatto per riprenderci i pozzi e quel cambio di regime che i suoi predecessori hanno sempre sognato, giungendo solo a imbottire la buonanima d’Hugo del veleno che l’ha portato alla fossa ma non favorito l’auspicato cambio di regime, passato nelle mani del Maduro ingabbiato. Mezzucci che un sovrano par suo disdegna, meglio bastonare come si deve l’avversario. La vice di Maduro, Delcy Rodriguez, e il suo ministro della Difesa, Vladimiro Lopez, scampato alle bombe dopo essere dato per morto, promettono resistenza a oltranza. Ma non reggeranno a lungo sul pozzo di petrolio – un quinto delle riserve mondiali stimate, assai più di Iran, Iraq e Arabia Saudita – su cui stanno. Forse fino alle prossime elezioni sinceramente democratiche che metteranno fine all’esperienza chavista. Il regime change è servito. La buona Maria Machado, eroina prona all’uso e fresca Nobel per la pace – lei sì – s’è dichiarata pronta a servire la rinnovata patria anche se ha già ricevuto il benservito da Trump. Decideremo noi chi guiderà lo stato vassallo, ha dichiarato il magno imperatore.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La lezione di Donaldone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Le bastonate potrebbero continuare, anche se un’invasione grande stile, tipo Grenada, è fuori discussione, se gli orfani di Maduro non mollassero l’osso, ma non è escluso un accordo tra pezzi di regime e Donaldone per il ritorno del Venezuela tra le interessate braccia dei giusti d’Amerika. Resta da vedere se la soluzione finale prospettata da Trump farà scuola dall’Avana a Teheran, dove non dormiranno sonni tranquilli nei giorni e notti a venire, e chissà in Groenlandia. Se la sua lezione sarà recepita a Mosca e a Pechino, oltre che dai malfidi europei: gli Usa non cederanno al multipolarismo tanto presto e, soprattutto, senza combattere; siamo ancora i padroni del mondo e lo resteremo a lungo. Oppure se Big Don, da sovrano più previdente che assoluto, con questa mossa s’è portato avanti: tenete un pezzo d’Ucraina e ripigliate Formosa, per quel che valgono, noi abbiamo già quel che serve ed è nostro. Tutto il petrolio del Venezuela per rifare grande l’Amerika e un largo sorriso, oltre a un nodoso bastone. </span></p>
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		<title>Giù il sipario sulla pace</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara</strong><span id="more-10670"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti ma suadenti, compìti nella parte loro assegnata dal copione le comparse, allumate dai riflettori della storia. Dal re del Bahrein al principe ereditario del Qatar, dal redivivo Abu Mazen all’immarcescibile Erdogan, dal presidente cipriota a quello iracheno, dall’indonesiano all’azero. In mezzo a tutti e alla sua corte europea, ai Macron e Merz, Starmer e Meloni, lui: sua altezza imperiale Donaldone primo, gran visir d’Oriente e d’Occidente, maestro della commedia dell’arte atlantica e padrone indiscusso della pièce andata in scena a Sharm el Sheikh. E mai luogo avrebbe potuto essere più consono di quest’approdo del consumo a portata di charter, di bengodi di massa in riva al Mar Rosso, per la firma finale degli accordi di pace tra Hamas e Israele. E peccato che mancassero proprio loro, gli “sparring partner” della contesa, a dare sugo alla pièce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donaldone, deus ex machina</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Netanyahu ha dato forfait all’ultimo dopo aver tenuto la platea col fiato sospeso, fedele al vecchio adagio morettiano del: mi si vede di più se vengo all’ultimo e sto in disparte oppure non vengo per niente? Quegli altri, è arcinoto, sono nati a libro paga d’Israele e manco loro si son visti. Ma sono attori non protagonisti, dopotutto: è lui, Donaldone I, il deus ex machina della combine. Fosse entrato nell’assise d&#8217;Egitto in groppa a un destriero col cappellone texano e il sigarone sul mascellone volitivo sarebbe stato perfetto, ma pure così ha fatto la sua porca figura. E che applausi, che fischi d’ammirazione alla Knesset – e lì sì che c’era, l’uomo forte di Tel Aviv, gongolante – quando sua altezza imperiale ha arringato l’assemblea nel dopofirma, nel backstage come suol dirsi, prima d’andare a fare affari e ripartire l’obolo tra gli sceicchi incaricati di rifare Gaza bella nuova.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una nuova era</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Pure Bibi aveva la lacrima al ciglio a sentire l’amico americano spendere tante belle parole per lui. Chiedere a Herzog, il presidente firmabombe, di non sognarsi d’affidare il suo premier al tribunale nazionale o, peggio, alla corte penale internazionale che l’ha accusato di genocidio, ora che il massacro rischia una battuta d’arresto e con la fine della macelleria Bibi rischio l’osso del collo per i suoi reati comuni. «Questo è l’inizio dell’era della fede e della speranza, questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente», ha proclamato Trump. Anche i falchi del parlamento di Tel Aviv, quelli che hanno votato no all’accordo d’una pace farlocca come questa, piangevano come colombelle all’udire simili parole. Applausi a rotta di collo, standing ovation, giù il sipario.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta fino al prossimo botto</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo due anni di macelleria che ha spianato Gaza e messo fine alla chimera d’uno stato palestinese, reificando il sogno della grande Israele, restano sul terreno decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi e una regione devastata ma l’obiettivo è raggiunto, la pace è fatta. Fino al prossimo botto. Restano sul terreno, coi massacrati e la devastazione, le voci che nell’ora più buja della stella di Sion non hanno deflettuto dalla sua difesa a oltranza: i media sestistellati attruppati dietro ai loro generalissimi: i Vespa, i Mentana, i Molinari, le Gruber. Giornali e tiggì che dipingevano coi colori di guerra i cortei di pace. Resta un movimento d’opinione e di massa contrario all’aberrazione d’uno stato terrorista che si fa forte della lotta al terrorismo e dell’olocausto patito per imporre un altro olocausto alla Palestina e al mondo. Ma tutto passa e tra non molto si tornerà a parlare di radici giudaico cristiane per la nostra bella Europa. Senza un filino di vergogna per aver giocato a pallone con gl’israeliti in casa, anziché sbattergli la porta in faccia. Resta Donaldone I, imperatore d’un mondo al declino, artefice di guerra e profeta di pace.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ministeri di guerra, Nobel di pace</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Peccato, davvero peccato che tanta maestà d’animo non sia stata premiata dal Nobel, come richiesto dal presidente pakistano. E invece, all’uomo dal cuore umanitario, l’uomo in grado di smuovere le montagne con la sola forza della volontà, per usare le belle parole di Steven Cheung, a capo dello staff della comunicazione della Casa Bianca, s’è preferita l’eroina Maria Corina Machado, già pupilla della Cia, per la sua lotta per la libertà della patria venezuelana. Bene ha fatto il portavoce di Donaldone a tuonare contro quei perdigiorno del comitato norvegese del Nobel, quest’anticaglia d’un mondo a perdere, dopo aver dato notizia d’aver cambiato il nome del dipartimento della Difesa, vale a dire del Pentagono, in dipartimento della guerra, assai più adatto ai tempi: <a href="http://www.war.gov" target="_blank">www.war.gov</a>. Fatto è che se lo meritava proprio il Nobel, Donaldone, come ha ribadito Bibi dopo avergli infilato in tasca il piano di pace. Proprio come, a suo tempo, Hitler aveva fatto con Mussolini, il salvatore della pace a Monaco. Del resto anche il cancelliere del Reich è stato candidato al Nobel per la pace, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Ha proprio ragione il buon Gianandrea Gaiani. Viviamo tempi difficili, spesso tragici, a volte comici, quasi mai seri. Standing ovation, giù il sipario.</p>
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		<title>Chiacchiere, sputazze e nuvole nere</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 09:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
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		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[A dispetto della pompamagna e delle dichiarazioni di rito, il duplice incontro di Trump con Putin e i vertici europei è stato l’ennesimo bluff. Ma la nemesi della storia è in agguato, non solo in Ucraina Che forza. Che spasso. Più abile d’un borseggiatore, più spassoso d’una macchietta al cabaret, più falso d’una borsetta made in Cina. È un Trump in gran spolvero quello che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/chiacchiere-sputazze-e-nuvole-nere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/08/1755356963-putin-alaska.jpg"><img class="size-medium wp-image-10658" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/08/1755356963-putin-alaska-300x163.jpg" alt="Russia's President Vladimir Putin speaks as he meets with President Donald Trump Friday, Aug. 15, 2025, at Joint Base Elmendorf-Richardson, Alaska. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)" width="300" height="163" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>A dispetto della pompamagna e delle dichiarazioni di rito, il duplice incontro di Trump con Putin e i vertici europei è stato l’ennesimo bluff. Ma la nemesi della storia è in agguato, non solo in Ucraina</strong><span id="more-10656"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Che forza. Che spasso. Più abile d’un borseggiatore, più spassoso d’una macchietta al cabaret, più falso d’una borsetta made in Cina. È un Trump in gran spolvero quello che ha accolto Putin in Alaska, ai confini dell’impero, e i leader europei col guitto Zelensky al seguito a Washington, nel cuore dell’impero in agonia. Da bravo padrone di casa, Big Don ne ha avute per tutti e per ciascuno. Dalla nostra Melona, bellamente coccolata al suo fianco, al fido Macron; dall’amico Starmer all’amicissimo Merz; dal segretario Nato Rutte alla Von der Leyen, capintesta dell’ignavia europea, all’ignorato Stubb, a cui va la palma del bellicista nell’accolita dei volenterosi. Ma proseguiamo con ordine. A dispetto della pompamagna e delle dichiarazioni di rito, il duplice incontro s’è rivelato una sagra delle chiacchiere e sputazze nelle tabacchiere di legno che, com’è noto, il banco non prende a pegno. Sembrava d’assistere a una di quelle partite tra vecchi rincitrulliti al bar dello sport, dove ognuno ripete frasi a vanvera, butta le carte e scapocchia, o se la dorme bellobello, finché qualcuno non gli da’ una bella pacca sulla spalla e lo manda a nanna. Con Big Don a rimboccargli il lenzuolino, farla da padrone e mescolare il mazzo, vecchio pokerista capace di bluffare e rilanciare anche con le scartine in mano. Tant’è, i giocatori al tavolo erano così scarsi, ma tronfi di sé, che c’è da chiedersi se mai, nella sua storia, l’Europa abbia avuto un ceto politico così privo di nerbo e abietto, contrario ai propri interessi e distante dalla realtà. Di fronte alle richieste di Putin, le stesse dall’inizio dell’invasione, le comparse europee continuano a blaterare d’armarsi e partire, chiedono sacrifici e unità di fronte al nemico di sempre, l’ex comunista assetato di sangue occidentale – illuminante la lezione di storia fornita, buon ultimo, dal già comunista e presidente della Campania De Luca <a href="https://www.facebook.com/watch/?v=9806390419488722" target="_blank">https://www.facebook.com/watch/?v=9806390419488722</a> – e fingono d’ignorare che la guerra voluta dalla Nato e da loro avallata in Ucraina è persa e i cocci deve pagarli l’Europa intera. Non certo gli Usa che, anzi, chiedono il conto e stanno alla cassa.</p>
<p style="font-weight: 400;">E qui il genio, il pragmatismo di Trump l’amerikano si rivela in tutta la sua grandezza. Strappa a Zelensky la promessa che ogni centimetro di terra rara che rimarrà all’Ucraina finirà alle aziende Usa, benché il malfido barboncino ucraino avesse promesso la stessa cosa agli inglesi che tanto hanno fatto per la causa della guerra e gli han messo il generalone Zaluzhny tra i piedi in vista delle presidenziali che prima o poi dovranno farsi. Promette al medesimo cento miliardi d’armi made in Usa per la difesa di Kiev e dell’Est europeo dalle mire del bieco cosacco che i lacché d’Europa dovranno accattare e dare senza battere ciglio, come i nuovi dazi, senza storno d’interessi. In cambio lo zar si piglia quel che è già suo e quel che ancora non lo è, ma di questo passo presto lo sarà, visto come vanno le cose sul campo di battaglia. Con la garanzia che la Nato non vedrà mai le sponde del Dniepr, o Nipro per dirla all’italiana, e da Kiev smammino i criminali nazisti che l’Occidente chiama combattenti per la libertà. A proposito, si sono riviste in questi giorni le belle bandiere col tridente del battaglione d’Azov a contrastare le puntate offensive russe puntellando i reparti ucraini allo stremo. Un esercito che ha già perso oltre due terzi degli uomini schierati in campo – settecentocinquantamila circa, stando alle stime più affidabili – non ha scampo ma di questo nessuno, da Parigi a Berlino, da Helsinki a Roma, sembra darsi pena o pensiero cercando seriamente di mettere fine alla guerra fratricida più che rilanciare la carneficina. In quest’ottica, il ventilato incontro tra Putin e Zelensky è più l’ennesima burletta mediatica che un’ipotesi reale.</p>
<p style="font-weight: 400;"> <span style="font-weight: 400;">Tantomeno vedono, le marionette europee e i loro burattinai, le nuvole nere che s’addensano sui cieli d’Europa, ben oltre le trincee ucraine. O forse le vedono e già pregustano nuovi affari, nel cupio dissolvi dell’Occidente: il pentolone d’oro sotto al sangue e agli stracci dell’oggi. Ché lo scontro fratricida ai confini della Russia, la resistenza di questa all’espansione della Nato e degli Usa ad Est ha portato questo di nuovo nella storia europea, al di là del sangue che da sempre la impregna. L’impossibilità di un asse russo-tedesco, tanto economico che militare, come già all’indomani della prima guerra mondiale, obiettivo raggiunto dai vertici bellicisti inglesi. Che persino l’imbelle e abbronzatissimo – a dire di Trump – cancelliere tedesco Merz ventili una Germania di nuovo militarmente potente, grazie alla riconversione bellica della sua ex industria automobilistica, oltretutto in virtù dello stupidario green, è qualcosa che dovrebbe far tremare Londra e Parigi, oltre che le diplomazie d’oltreoceano. Chissà che un secolo dopo non si realizzi il sogno del lebensraum di Karl Haushofer reificato da Hitler e Hess: Berlino e Londra insieme, a dividersi il vecchio mondo e far muro all’espansionismo russo. Peggio è che a difendere il muro dovrebbero essere generazioni pasciute a colpi di veganismo &amp; transgenderismo, non certo emuli di Sparta. Fare di schiere di smidollati da tastiera e zombi iperconnessi orde d’assaltatori col pugnale tra i denti, resistenti al perfido cosacco invasore, sarà compito arduo per i nuovi leader della vecchia Europa. Che forza. Che spasso. Che nemesi della storia.</span></p>
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