Triste, solitario e final Belpaese

La parabola discendente di un ex grande del calcio: don Felix, il comunicatore magno

Alla fine, è finita. Mou s’è squagliato. Una fine annunciata: tanto tuonò che piovve, ma l’esonero del tecnico giallorosso è arrivato a sorpresa, un fulmine a ciel sereno, abusando della metafora meteo. Triste, solitario e final, come il titolo del bel romanzo del grande Soriano: questo è oggi l’ex allenatore nel pallone, disceso dall’empireo dei sogni alla cruda realtà. Un addio con lacrimuccia, da coccodrillo doc, nel bailamme d’una stagione nata sotto i migliori auspici e implosa cammin facendo, come il comunicatore magno. Ma per andare avanti, per capire la parabola discendente d’un ex grande del calcio che ha fatto innamorare Roma e la lascia con le pezze al culo, come si dice da queste parti, facciamo un passo indietro.

Comunicatore: chi, all’espressione chiara del proprio pensiero, accompagna la facoltà di convincere, persuadere, trascinare. Questo è, in sintesi, il significato del termine nei dizionari. Trasferiamolo sul campo, nella persona di don José Mario dos Santos Mourinho Felix. Che è, calcisticamente parlando, il comunicatore per eccellenza. Il non plus ultra mediatico. Il Verbo fattosi carne e pallone. È un fenomeno peculiare, sociologicamente e antropologicamente rilevante, quello dell’ex allenatore della Roma che tutto ha vinto e tutti convince(va), benché non ne azzeccasse una, da anni. Il flop in Coppa Italia e in campionato della squadra capitolina ha aperto qualche vuoto nelle legioni mouriniane, sotto al belletto mediatico le crepe di don Felix si sono mostrate per quel che sono: crepacci, ma tutto sommato il mito resisteva. Finora.

Alla faccia della chiarezza espositiva, il linguaggio di Mou è un monologo insussistente. Difficile capirci qualcosa nei biascicamenti del portoghese, fuor di lagnanze e provocazioni. Eppure la grancassa mediatica lo seguiva pedissequa: non c’era giornalista che non fosse affabulato dai suoi vaneggiamenti, non plaudesse alle sue intemerate, tacciato di lesa maestà appena abbozzava un dubbio, un tentennamento. Quanto al pubblico romanista, era la grande armata sotto le mura di Mosca. Roma bruciava, ma pur di non abbandonare Napoleone era disposta a seguirlo all’inferno, andare al massacro o in serie B. Una squadra senza gioco, senza testa né gambe non era affare che riguardasse il mister. I grandi acquisti, tecnico compreso, capaci di far sognare la tifoseria, si rivelavano flop marcescenti, botti di fine anno. Il non gioco della squadra, il fallimento della terza stagione e d’una campagna acquisti sontuosa era sotto gli occhi di tutti, ma pochi vedevano in Mou il responsabile di ciò.

Pochi hanno visto in lui chi ha iniettato alla squadra, all’ambiente, la tecnica del non gioco spacciata per vincente, la rissosità verbale e agonistica come prassi, la pagliacciata come metodo e il fallimento come esito, a cui dare sempre una giustificazione per non mettere in discussione sé stessi. La colpa è sempre dell’altro: dell’arbitro come del calciatore di turno, da offrire al pubblico ludibrio e al linciaggio di piazza. Vero è che il pubblico romanista è di bocca buona: dagli una coppetta e farà festa per mesi, dagli una finale persa e la ricorderà per sempre. Basta una partita appena normale perché si gridi al miracolo calcistico. Per la Roma, oltre ai tre risultati da schedina – 1, X, 2 – c’è n’è un quarto: quello che “ce po’ sta”. Del resto, quella romanista è una fede, mica un tifo.

Tutto ciò, però, non spiega la fede in Mou. La tolleranza totale nei suoi confronti, mentre ovunque, compresa l’opposta sponda del Tevere, avrebbero fatto stracci da tempo della sua pochezza. La risposta va forse cercata fuori dal campo. Don Felix incarna, a suo modo, lo spirito dei tempi. Il mondo nuovo in cui ci è dato vivere. Il nulla spacciato per genialità. Il niente mischiato al fumo mediatico. Un paradosso dove il declino personale del fu number one e quello della città già caput mundi andavano a braccetto. La decadenza – che è nelle umane cose – di due ex grandi come destino comune.

Poi, come in ogni western che si rispetti, lo sceriffo è entrato nel saloon e ha buttato fuori il gradasso. L’americano de Roma ha fatto piazza pulita, come si conviene a un businessman d’oltreoceano. In una mezz’ora l’ufficio di Mou è stato ripulito di tutto, l’uomo dei sogni di piazza mestamente rimosso. La realtà ha ripreso il sopravvento sulle allucinazioni. Sia lode all’etica del capitale e al pragmatismo nordamericano.

A sostituirne la bandiera stracciata, una vecchia bandierina. L’unica che possa disinnescare i moti di piazza. De Rossi, l’ex capitan futuro, diventa mister presente. Il neotecnico a tempo, a scadenza come lo yogurt, che ha già collezionato più fallimenti che applausi, farà il possibile per non essere travolto dagli eventi e dalla propria imperizia. Le prossime settimane diranno quanto vale il neotecnico, se la squadra merita più del suo attuale posto, se potrà risorgere dal peggior piazzamento degli ultimi trent’anni o farà più scuro di mezzanotte. Ora è l’ora degli stracci che volano e dei sogni infranti.


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