Il regista e i terroristi Belpaese

Un “professorino” mente delle rivolte di piazza, capretto espiatorio di procure e circo mediatico

Formidabili quegli anni, recitava il titolo d’un vecchio pamphlet del Sor Capanna. Eravamo sul finire degli anni ‘80, il decennio che avrebbe visto la fine del socialismo realizzato in terra, e il buon Mario, esponente della sinistra paraproletaria, si dilungava sui perché dei moti che nei decenni precedenti avevano rivoltato come un calzino le piazze e i palazzi del sistema, diqua e dilà dalla cortina che stava per crollare. Non a caso in copertina campeggiava l’iconica foto della bella ragazzotta che in groppa a un amico sventolava la bandiera cecoslovacca – paese ancora unito – tra la folla praghese, prima del rombo dei carrarmati russi. Era il ‘68. Archeologia del presente. La sinistra di sistema, matrigna dell’attuale, non pigliava più ordini e dané da Mosca ma non ancora da Washington. L’altra pigliava mazzate e schioppettate nei cortei. La destra di regime, patrigna dell’attuale, leccava il deretano al capitale ma non ancora all’Amerika. L’altra faceva il lavoro sporco per il sistema pur dicendosi antisistema, piazzando bombe sui treni e nelle piazze, tanto per fare un po’ di morti da gettare sul piatto del disordine pubblico. Anni formidabili.

Formidabili quegli anni

Anni dove sapevi da che parte stare, il nemico l’avevi di fronte e l’amico di fianco, ma vai a fidarti, era meglio non averlo dietro. Ché allora c’erano i cortei inzeppati dai servizi devianti, chi passava dall’altra parte della barricata in un fiat e chi usciva dalle caserme per sparare nel mucchio, alzare il tiro nella strategia della tensione. La strategia del terrore costata al Belpaese centinaia di morti e migliaia di feriti, da Brescia a Genova, buoni per le commemorazioni di rito. C’era ancora bisogno di mazzate e stragi per tenere a bada chi voleva cambiare le cose. Poi negli anni a venire sarebbero bastate televisioni commerciali, virus e antivirus tarocchi e reti virtuali a devastare i cervelli e tenere buone le masse non più proletarie ma semplicemente precarie. E c’era il grande vecchio, come ai tempi del perfido Cavour – che poi era una vecchia, consorte di Franceschiello – a tenere le fila della rivolta. Salvo scoprire che lo spartito suonato nelle piazze era scritto nelle stanze dei palazzi del potere e la regia veniva non più d’oltre Manica ma d’oltre oceano. Anni formidabili.

Il salto di qualità del regime

A paragone di quegli anni s’è fatto un bel salto di qualità. Per prima cosa, nelle piazze calano non tanto giovani che vogliono cambiare il sistema ma ragazzini vogliosi di fare bordello. Puro e semplice. Preadolescenti preda dell’algoritmo e del nichilismo di un sistema che li vuole manovrabili alla bisogna, per qualche leggina liberticida da rubricare sotto la voce ordine pubblico. Che l’ordine, si sa, non basta mai e il mondo s’ha da ripulire come un cesso svizzero da ogni dissenso. Così vuole il regime malcelato da democrazia. Regime, parola grossa? Beh, in effetti un paese dove non s‘alza una voce che sia contro il pensiero unico dominante, dove la dialettica politica è ridotta a chiacchiera da bar e l’antagonismo a una burletta è molto diverso dal regime del perfido Putin, per dire. La Russia, sempiterno spauracchio d’Europa, ancorché non più zarista né comunista. Poi, certo, calano gli infiltrati che fanno danni, a mucchi. Pure certi squadristi antidissenso che non si vedevano dai tempi della repubblica di Weimar, risorti nella nostrana repubblica delle banane. E cala un sacco di gente stufa dell’attuale (dis)ordine delle cose.

Il coro miserabile del circo mediatico

E del vecchio cane da guardia del sistema, del giornalismo, che ne è stato? Ah, qui viene il bello. Pigliamo i moti di piazza di questo fine settimana. Oltre ai preadolescenti in fregola e agli infiltrati erano in tanti che manifestavano sul serio, pacificamente. Contro il carovita, i prezzi dei carburanti alle stelle, i servizi pubblici alle stalle, scuola e sanità in primis, la voglia di guerra di questo governo asservito come il resto d’Europa a un padrone sempre meno affidabile. Storpio che guida i ciechi come nel famoso quadro di Bruegel il vecchio. Di tutto questo non c’è traccia a sfogliare i giornali d’ogni colore, neppure l’ombra nei tg d’ogni fazione. Violenze, solo violenze da parte dei soliti cattivi, da estirpare per non disturbare il manovratore che conduce al disastro. L’obiettivo è sempre quello, sparato a tuttapagina, nei titoli di coda. Nel coro miserabile del circo mediatico spicca il titolone d’un giornale che tira quattro copie, asservito come pochi: “Il regista è un professorino”. Con tanto di foto di bandiere palestinesi al vento, dietro l’infame. Eccolo il salto di qualità, quello vero.

Giornalisti, terroristi fiancheggiatori

Due grassi piccioni presi con la misera fava. Il giovane professorino invece del grande vecchio: Youssef Siher, il filopalestinese terrorista, l’arabo nemico d’Israele e, va da sé, dell’Occidente. Un rovesciamento logico e semantico, una trovata perfetta. Si vede che nelle redazioni e negli apparati che servono detta legge il paese unistellato. E i giornalisti – terroristi veri come gridano non a torto in certi cortei – fiancheggiatori di certe procure, a dire e scrivere senza battere ciglio. Peggio che servi sciocchi: inutili passacarte, megafoni dell’altrui pensiero, avendo dato il proprio all’ammasso. Le loro panzane non fanno più presa in chi non legge giornali né vede tv, ma ripeterle col copincolla fa bene alla causa e salva il posto. In attesa della demenza artificiale che porterà all’estinzione della vil razza dannata. Quelli sì anni formidabili. Manco potremo prendercela col robottino sparafregnacce. Ma ci sarà sempre un capretto espiatorio a cui fare la festa. In carne e ossa, poveretto.


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