Scrissi d'arte
Le forme dell’umanità di Keisuke Matsuoka in mostra al Mattatojo di Roma, fino all’11/1
C’è un punto, nella vita come nell’arte, in cui si tocca un equilibrio. Friabile, imperfetto, precario come tutte le cose di nostra vita, eppure equilibrio. Ci sono luoghi, in questo altrove, in cui l’equilibrio prende corpo, si reifica e manifesta. Le forme dell’umanità, di Keisuke Matsuoka, è uno di questi. È qui che lo vedi, respiri, tocchi con mano. Nei cromatismi bianconeri delle opere scultoree in mostra, a far da pendant alle scarnosità dei padiglioni dell’ex mattatojo. Nelle opere stesse, trasudanti l’umanità dolente, transfuga di sé, metamorfizzata destrutturata. Speculari alle mattanze d’altri tempi ed esseri che ancora riecheggiano, rimbalzano dalle pareti, salgono dai pavimenti dove correva sangue di loro vita mortale. E voi, nel mezzo, presi in una tela dove lo sguardo rotea fino al punto – eccolo il punctum il centro l’equilibrio – dove come sospesi, un piede leva l’altro metti, toccate l’armonia delle forme e nell’animo. Uomini alberi, grappati a un grumo di terra con braccia radici. Migrati da un altrove, rifugiati nell’aldiqua. Esseri frammentati scarnificati. Plasmati di metallo e cera, legno e pietra, eppure vegeti, vivi. Uniti da un comune dolore destino che è forse il legame tra forme e materia diverse: la ricerca dell’umano che è in noi, nell’opera di Matsuoka.
L’artista di Miyagi e il gallerista romano
Dice l’artista di Miyagi: «Il mondo che ci circonda può cambiare ogni giorno improvvisamente, può essere fatto a pezzi come la torre di Babele». Può ben dirlo, chi è nato non distante da Fukushima e di quell’immane tsunami è consapevole. Uomini cose o animali poco conta, «la scultura ha il potere di creare opere dove riecheggia il vero dna dell’essere». Le forme dell’essere, dell’umanità, appunto. Scoprire il filo rosso che ci lega e trattiene a questa vita, all’essere che è in noi e fuori di noi. Al sacro, chissà. Nella serie Rifugiati l’intento è palese, nelle altre opere in mostra pure, a voler seguire il filame sottotraccia. Dare forma, creare, risponde ai bisogni istintivi dell’umanità, dice ancora l’artista. Ben noto nel suo Giappone, Matsuoka non è nuovo a Roma, e Roma non lo è alle sue opere. Cristian Porretta, il gallerista della Faber che l’ha fatto conoscere al pubblico capitolino, lavora da anni al progetto d’una grande mostra come questa, dopo le precedenti esposizioni dell’artista in galleria. Ma quella aperta a Testaccio non è tanto il punto d’arrivo d’anni di lavoro. Non solo quel punto d’equilibrio di cui sopra, raggiunto grazie all’occhio e all’intuito della curatrice, Tomoko Asada, compagna di vita e di lavoro del gallerista. È anche un punto di (ri)partenza, trampolino di lancio per altro e di più: agire da protagonisti e innovatori nel panorama romano.
Tre buoni motivi per (non) vedere la mostra
Intanto godiamoci questa mostra, la sua armonica bellezza. Se d’armonia e bellezza si può parlare nell’arte coeva senza che alcuno la scambi per turpedine o boutade nell’orrorifico contemporaneo. Con un’avvertenza, anzi tre. Tre ragioni per (non) vedere la mostra che resterà un paio di mesi nel padiglione nove dell’ex mattatojo. Primo, il concetto. Se pensate che l’arte non debba essere portatrice di un’idea, un pensiero, un concetto qualesia, lasciate stare. Questa mostra, per le ragioni di cui sopra, non s’ha da vedere. Secondo, il senso. Se credete che un’opera possa privarsi di senso, d’un filo che la leghi alla contemporaneità e non alle pulsioni ombelicali dell’artista, idem. Terzo, la materia. Se opinate che ai tempi dell’immateriale questa sia superata, l’etica del fare sia irrimediabilmente sconfitta dal virtuale, in attesa della robotica che ne suggellerà la tomba, restate alla larga. Le forme dell’umanità, la sostenibile fragilità dell’essere, non fanno per voi. Fino all’11 gennaio 2026, Padiglione 9a, Mattatoio di Roma, piazza Orazio Giustiniani 4. Info galleriadartefaber.com
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